5 Aprile Apr 2017 1500 05 aprile 2017

«Per educare bisogna educarsi»

La disforia di genere, in un caso su 100, colpisce bambini che non hanno ancora 12 anni d'età. Un tema che abbiamo affrontato con la psicologa Maria Rita Parsi: «Un processo che va aiutato».

  • ...
parsi

«I miei figli sono liberissimi di vestirsi da bambine: amano le scarpette glitterate rosa». L'attrice Zoe Saldana e suo marito Marco Perego non hanno alcuna intenzione di costringere i loro due gemellini maschi a seguire quello che gli stereotipi del gender esigerebbe per loro. «Se i ragazzini si orientano in un certo modo, con scelte precocissime, e non sono i genitori a spingerli, bisogna lasciarli seguire questo loro orientamento interno, rispettandoli e assecondandoli. È un modo di prendere atto di un'espressione che va a definirsi anche nel vestirsi e nello scegliere i colori», ci spiega la professoressa Maria Rita Parsi, che abbiamo raggiunto telefonicamente per affrontare il tema dell'identità di genere nell'età preadolescenziale.

L'IMPORTANZA DEL RAPPORTO CON LA FAMIGLIA
Studi recenti, infatti, dimostrano come spesso la disforia di genere si manifesti in giovanissima età, anche prima dei dodici anni. Almeno nell'1% dei casi: «Si tratta di un'età importantissima. È il momento dello sviluppo fisico e dei grandi cambiamenti. Oggigiorno, poi, gli innumerevoli stimoli mediatici sulla sessualità accrescono il desiderio di voler sperimentare e di conoscere meglio tanto la propria identità di genere quanto il proprio orientamento sessuale». Ma anche il rapporto con la famiglia, secondo la professoressa Parsi, ha il suo peso: «Il riconoscimento della identità di genere si conclama nel rapporto con la figura genitoriale di riferimento, il padre per i maschi e la madre per le femmine. Il cambiamento delle famiglie, che oggi possono essere monogenitoriali, che si disgregano e si ricostituiscono, non garantisce quell'armonia di riferimenti che esiste in una famiglia stabile».

LE DOMANDE CHE I GENITORI DOVREBBERO PORSI
Parlare di armonia, precisa la professoressa Parsi, «non sottointende che i comportamenti omosessuali o l'identità transessuale vadano corretti, curati o discriminati. Non c'è assolutamente nulla di male in un orientamento fluido». Parole critiche, invece, nei confronti dei genitori e su come devono comportarsi quando si accorgono di un figlio che presenta le caratteristiche della disforia di genere: «Sarò molto provocatoria. Prima di tutto dovrebbero interrogarsi su come hanno vissuto la propria sessualità e se hanno impartito ai figli un'educazione sessuale adeguata. Laddove ci sono degli intoppi, questi intoppi vengono bypassati da una pratica di esperienze e trasgressione. Per educare bisogna educarsi, capirsi. Il ricorso a professionisti come psicologi e psicoterapeuti è rimane comunque fondamentale».

I PROGRESSI DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA
D'altronde, «la sensazione di essere donna imprigionata in un corpo maschile, o viceversa, in alcuni individui è fortissima. Si tratta di un processo che va aiutato, perché queste persone non si sentono sbocciate o realizzate». Fortunatamente, oggi siamo più sensibili nei confronti di certe tematiche. Una rinnovata sensibilità che si ritrova anche nella comunità scientifica. Ma non è sempre stato così: «Una volta si ricorreva al condizionamento brutale. Se un collega parte dal preconcetto che un transessuale o omosessuale va corretto, vuol dire che non ha affrontato il proprio problema con la sessualità. Oggi, per fortuna, questi colleghi sono molti di meno, mentre un tempo era diffuso un atteggiamento correttivo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso