27 Marzo Mar 2017 1411 27 marzo 2017

Se l’urlo resta in gola

Lei non ha gridato, quindi lui non l'ha stuprata: lo dice una sentenza di Torino. Ma un No sussurrato non vuol dire Sì. Com'è possibile che il silenzio metta in discussione la veridicità dei fatti?

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lurlo

«Volevo uscire innocente, con l’avvocato abbiamo puntato a dire che lei era consenziente»: così mi ha detto Marco, 38 anni, in carcere per violenza sessuale su una 15enne. A Marco piacevano le ragazzine, le abbordava fuori da scuola, alla fermata del bus.
«In tribunale l’ho vista dietro un vetro, piangeva. Mi dava rabbia che piangesse, in fondo era stata zitta, e il silenzio per me era un assenso».
Ho pensato a Marco leggendo del processo di Torino in cui la donna che aveva denunciato gli abusi sessuali ha dichiarato: «Con le persone troppo forti io non... Io mi blocco», per motivare il fatto di non essersi difesa con la forza e di non aver gridato. Un comportamento che ha concorso alla decisione delle giudici di considerarla non attendibile e assolvere in primo grado l’imputato e ha fatto molto discutere: sui muri di fronte al tribunale il 27 marzo sono comparse scritte contro Diamante Minucci«Protegge gli stupratori», mentre sui social decine di donne hanno twittato con l'hashtag #iononurlo.
Anche la ragazzina su cui ha abusato Marco non si è difesa e non ha urlato: «Appena ho spento l’auto ho iniziato subito a baciarla e ho tirato fuori il mio pene. Lei ha detto No, ma mi è rimbalzato. Mi piaceva l’idea di dominarla, di diventare crudo all’improvviso e spiazzarla. Le ho preso la mano per farmi masturbare ma lei non la muoveva, era come la mano di una morta. Lei era disarmata e continuava a fissare il tappetino, zitta. Io le baciavo il collo, le dicevo Ti piace e altre cose così, e lei niente, non si muoveva, non diceva niente, ha lasciato fare».
Ho pensato anche a un avvocato di Latina che durante una formazione in cui lessi questo stesso stralcio dal mio libro Non lo faccio più disse che se fosse stato il difensore di Marco avrebbe chiesto due anni di riduzione della pena per il fatto che la ragazzina non si era dimenata e non aveva cercato di scendere dall’auto, come se non fosse comprensibile non essere in grado di reagire quando si è terrorizzate.
Ho pensato poi allo storico processo per stupro, svoltosi proprio a Latina alla fine degli Anni '70, in cui l’avvocato Zeppieri si prodigò a dire che la giovane coinvolta non poteva considerarsi vittima di violenza in quanto la fellatio «può essere interrotta con un morsetto», e lei non aveva morso ma anzi, secondo Zeppieri «aveva esercitato il suo potere» sui quei maschi «passivi, abbandonati nelle fauci avide di costei».

PAROLA MAGICA: CONSENSO
Scriveva Ovidio: «Può darsi si rifiuti, e allora i baci prendili a forza. Se reagirà, se per la prima volta ti dirà che sei sfacciato, credi, non vuol altro che resistendo, essere vinta insieme. Tu la chiami violenza? Ma se è questo che vuol la donna! […]
Colei che assali in impeto d'amore, chiunque ella sia, ne gode, e la violenza è per lei come un dono». Quando diciamo che la violenza contro le donne è un problema culturale intendiamo questo, intendiamo che ne è permeata la nostra storia passata e recente e per questo la ritroviamo in ogni luogo, nelle case come in tribunale. Nei miei incontri nelle scuole proietto un «no» gigante su una slide bianca.
Perché basta un No, anche sussurrato, per trasformare un approccio in violenza. Non servono urla, calci, morsi, per capire che abbiamo superato la soglia del lecito e siamo entrati nello spazio del crimine. Un No segna un confine, significa che ti devi fermare. No vuol dire No, non vuol dire «Dico di No ma tu continua perché è un», come scriveva Ovidio. E vale anche laddove ci fosse un rapporto inizialmente consenziente.
Recita una sentenza della Cassazione del 2016: «Anche una conclusione del rapporto sessuale, magari inizialmente voluto ma proseguito con modalità sgradite o comunque non accettate dal partner, rientri a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale».

SIAMO ANCORA QUI
La sentenza assolutoria di Torino (non è stata ancora pubblicata interamente ma ne abbiamo alcuni stralci) ha sottolineato il fatto che la donna (oltre a non urlare) dopo gli abusi abbia continuato il proprio lavoro fino alla fine del turno.
Anche la ragazzina che Marco ha riaccompagnato a casa dopo la violenza ha cercato di comportarsi normalmente senza raccontare nulla, per due lunghi mesi. Come è possibile che in un tribunale il silenzio della vittima abbia pertinenza con la veridicità dei fatti?
«Se la donna viene trasformata in imputata si ottiene che le donne non denuncino», disse l’avvocata Tina Lagostina Bassi durante quello storico processo. Era il 1978.
Se la formazione di avvocati e magistrati sulla violenza di genere continuerà ad essere affidata all’iniziativa personale anziché adeguarsi alle indicazioni della Convenzione di Istanbul che il nostro Paese ha ratificato ma mai applicato, nei nostri tribunali le donne continueranno ad essere rivittimizzate, umiliate, giudicate. Per ogni minigonna, per ogni silenzio, per ogni urlo soffocato.

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