20 Marzo Mar 2017 1302 20 marzo 2017

La prof da Nobel insegna tra i ghiacci

Maggie MacDonnel, docente canadese, vive a Salluit, un villaggio eschimese. A lei va il milione di dollari del Global teacher Prize, il premio annuale al miglior insegnante del mondo. L'intervista.

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Vive e lavora tra i ghiacci la vincitrice 2017 del Global teacher prize, il Nobel per l'insegnamento. Si chiama Maggie MacDonnel, eletta dalla Fondazione Varkey nel corso di una cerimonia a Dubai, 37enne canadese «adottata» dal popolo Inuit, che insegna nel secondo villaggio più a Nord del Quebec. Lì, a Salluit, villaggio dell'Artico dove 1300 persone vivono in comunità dopo aver subito traumi «intergenerazionali», si arriva solo in aereo e le temperature d'inverno arrivano a -25 gradi. Popolo di cacciatori di foche e pescatori, una volta nomade, è vittima dei cambiamenti climatici e culturali. Perciò questo piccolo popolo di eschimesi avrebbe bisogno di «più soldi dal governo canadese», dice la professoressa. Problemi con l'alcol, droga, maternità precoci, stupri sono all'ordine del giorno. E il tasso di suicidi è altissimo: «In sei anni di insegnamento lì ne ho visti dieci. È un grido di dolore che è arrivato fino a qui, fino alle orecchie della giuria», dice la canadese dal palco della cerimonia del premio, giunto alla sua terza edizione e organizzato dalla Fondazione Varkey, un'associazione no profit con sede a Londra che si occupa di valorizzare gli insegnanti e l'istruzione in tutte le parti del mondo. Prima di lei in quel villaggio c'era una turnazione di docenti continua: tutti infatti chiedevano il trasferimento o lasciavano il posto a causa dello stress.

DOMANDA: La prima domanda è quasi scontata. Come spenderà il premio da un milione di dollari?
RISPOSTA:
Voglio realizzare una onlus con l'aiuto della Fondazione Varkey sul cambiamento climatico, che affligge la popolazione Inuit, per aiutare questi ragazzi a essere dei «changemaker». E vorrei che riprendessero in mano le loro tradizioni come il kayak (l'imbarcazione che usavano per la caccia e la pesca, ndr). Prima di essere dei cittadini globali, infatti, bisogna essere dei cittadini locali e portare avanti la propria cultura, le proprie tradizioni, la propria lingua.
D: Qual è il segreto della sua esperienza così estrema, che però può essere adottato da tutti?
R:
È quello di connettersi con i ragazzi. Grazie a loro io sono stata accettata dalla comunità pur non essendo un Inuit.
D: Ha vinto questo premio per l'insegnamento anche perché è riuscita coinvolgere tutta la comunità...
R:
Abbiamo aperto una palestra, frequentata da grandi e piccoli. E ho realizzato un progetto per avvicinare le ragazze alla scuola e dar loro stima in se stesse: preparano pasti caldi per tutta la comunità.
D: Dalle sue parole emerge anche un atto di accusa contro il governo canadese che ha un po' abbandonato questa popolazione.
R:
Sono contenta che il premier Trudeau abbia parlato due volte della mia candidatura. E sono felice di aver attirato l'attenzione sul problema. In effetti mancano fondi: lì ci sono bambini che soffrono la fame e le strutture non sono adeguate. Quando sono stati investiti soldi in progetti i risultati si sono visti.
D: Lei ha parlato anche del tasso di suicidi che affligge quella popolazione: quali sono le cause?
R: Sono molteplici. Come dicevo, è una popolazione che ha vissuto molti traumi. E si trova ora a vivere in condizioni disagiate, non sono stati investiti abbastanza fondi per loro. Abbiamo bambini con problemi di alcolismo. E quando un tuo compagno si suicida diventi più fragile anche tu.
D: Perché, secondo lei, l'hanno premiata?
R: (silenzio) È molto difficile rispondere. Credo sia perché ho creato una connessione con gli studenti e li ho aiutati a tirare fuori i loro sogni.
D: E lei di sogni personali ne ha?
R: Mi sono sposata a gennaio con uomo della Tanzania, dove ho vissuto per cinque anni. E che mi ha raggiunto nel villaggio: da due anni vive lì con me e si occupa dell'asilo.
D: Avete un figlio in cantiere?
R: Preferisco non parlare con la stampa di questo.

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