17 Marzo Mar 2017 1611 17 marzo 2017

Maternità tra le sbarre

I figli di donne detenute, spesso, crescono con loro in carcere. Una situazione molto delicata, che può ripercuotersi sui piccoli. Ne abbiamo parlato con alcuni professionisti del settore.

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L’avevano arrestata di lunedì. Aveva i capelli ondulati e lunghi, gli occhi verdi e ai piedi portava gli zoccoli con delle calze di spugna azzurre. Era già stata dentro, qualche anno prima, ma questa volta non era sola. La sua bambina, di appena due anni, aveva il diritto di restare con lei. Lo stabiliva la legge. Perché il reato, salvo sentenze del Tribunale dei minori, non pregiudica la genitorialità. Finiscono dentro per ogni tipo di reato. A volte non sanno nemmeno come siano arrivate in quel luogo. Dietro le sbarre portano ogni frammento del loro vissuto, comprese le loro storie al limite. Alcune hanno rubato. Altre sono state travolte da dinamiche criminali, forse, più grandi di loro. Molte erano consapevoli di ciò che facevano. Tutte, o quasi, hanno avuto vite complicate. Sono donne, spesso molto giovani, e sono madri. In carcere portano tutto, compresi i figli, che possono rimanere con loro dalla nascita fino al compimento del sesto anno di età. Con i loro bambini condividono spazi, giornate e regole. Sono piccolissimi nuclei familiari, costituiti da due o, al massimo, tre persone. La mamma e i suoi figli. Che la osservano crescere insieme a loro tra i rumori delle porte blindate e le perquisizioni continue. Si appartengono e consolidano un legame molto stretto. Gli esperti la chiamano simbiosi.

JASMINA
Il ritratto di queste piccole famiglie l’ha fatto Rossella Schillaci nel suo documentario Ninna nanna prigioniera. Presentato al gLocal Film Festival, il 18 marzo sarà proiettato anche alla 24esima edizione di Sguardi Altrove International Film Festival, nella sezione Diritti Umani, Oggi. Il corto racconta la storia di Jasmina, giovane donna finita in carcere in custodia cautelare con i figli più piccoli, perché il maggiore vive fuori con la nonna.

BAMBINI IN CARCERE CON LE MADRI
In media, ogni anno, un esercito di circa 100 mila bambini supera le cancellate dei penitenziari per raggiungere i genitori. I più grandi frequentano le strutture per visitarli una volta alla settimana. I più piccoli, spesso, ci vivono insieme alle mamme. Secondo i dati dell’ispettorato del Ministero della Giustizia, aggiornati al 28 febbraio 2017, attualmente le madri detenute sarebbero 40 (16 italiane e 24 di origine straniera), mentre i piccoli 46 (18 bambini italiani e 28 stranieri). La legge N.62/2011, entrata in vigore a gennaio 2014, ha stabilito che le madri possono scontare, dove possibile, la pena con i loro figli fuori dalle carceri in luoghi protetti ma lontano dalle sbarre e dalle divise. Si tratta degli ICAM (Istituti a custodia attenuata per detenute madri) che però non sono dappertutto.

GLI ICAM
Il primo è nato a Milano, nel 2006, quando poteva accogliere solo mamme e bambini di età inferiore ai tre anni (limite consentito dalla legge in quel momento). Qui, gli agenti in servizio vestono sempre in borghese. Prima dell’apertura di questo istituto, le detenute erano recluse con i loro figli nel Nido presente presso la sezione Femminile del carcere di San Vittore. La struttura, che attualmente può accogliere 10 donne e 12 bambini, garantisce la presenza di un medico, di un infermiere e visite settimanali di uno psichiatra, uno psicologo e un pediatra. Dall’ICAM del capoluogo lombardo non ci sono stati episodi significativi di evasione: gli unici tentativi sono stati pochi e quando è accaduto le madri hanno cercato di portarsi via i propri figli. Oggi gli ICAM si trovano a Torino (per la Casa circondariale Lorusso e Cutugno), a Venezia (Giudecca) e a Cagliari.

I BIMBI DEVONO «CONOSCERE IL MONDO ESTERNO»
«Essere madri è molto complicato: esserlo in carcere, mi creda, lo è molto di più», spiega Gioia Cesarini Passarelli, Presidente di «A Roma, insieme», che dal 1994 si occupa di donne detenute con figli al seguito. Nella Capitale l’ICAM, per ora, non esiste e l’obiettivo di questa associazione, che da più di 20 anni segue i bambini reclusi prima e dopo il carcere, cerca di eliminare i danni che quell’esperienza può aver provocato in questi piccoli. «I primi tre anni di vita del sono fondamentali per la crescita e la formazione di una persona. Passarli all’interno di una struttura carceraria, dove la libertà è limitata, è una condizione di costrizione che può danneggiare il bambino, come ci spiegano gli psicologi: i piccoli, in quei tre anni, devono sperimentare e imparare a conoscere il mondo esterno», continua Passarelli. Secondo la presidentessa, il rapporto che si crea tra madri e figli in quella circostanza è molto complicato: «C’è un taglio netto dei rapporti con il resto della famiglia, ammesso che ci sia. Si tratta di una situazione anomala che la mamma vive con profondi sensi di colpa e con rabbia. Allo stesso tempo, però, le detenute vedono in quel figlio l’unica cosa che gli appartiene ancora. Ciò che le anima è poter accudire i loro piccoli».

UNA GIORNATA NORMALE
Ogni sabato, dalle 9 alle 17, i volontari dell’associazione, con il permesso delle madri, che all’inizio si dimostrano molto reticenti, portano i piccoli fuori dalla struttura: «La sorpresa dei bambini, la prima volta che escono, è grande perché quello fuori è un mondo assolutamente sconosciuto. All’inizio piangono perché hanno paura di essere sottratti alle madri, ma dopo qualche uscita, invece, non vogliono più rientrare in carcere» racconta Passarelli. L’associazione romana si è accordata con il Municipio a cui fa riferimento il carcere di Rebibbia perché consenta agli asili nido del quartiere di ospitare un bambino detenuto: «Cerchiamo, in questo modo, di non ricreare un ghetto: i bambini hanno bisogno di confrontarsi con gli altri, di vivere una giornata normale, in una scuola normale, non essere isolati tra figli di donne nella stessa condizione», spiega Passarelli.

NESSUNA ETICHETTA
A Milano, l’associazione C.I.A.O. Onlus, nata nel 1995, mette a disposizione tre alloggi per l’autonomia destinati a mamme detenute con i loro figli e si prende cura di loro, fornendo medicinali, cibo e visite mediche: «Loro non hanno nulla e noi provvediamo a loro», racconta Andrea Tollis, direttore della struttura «qui facciamo di tutto per rendere la vita dei bambini il migliore possibile, ma non sarà mai uguale a quella di un bimbo con la madre libera in esterno, perché si tratta di un contesto limitato e viziato da tanti aspetti che, nonostante si cerchi di attenuarli, non si possono del tutto eliminare». Il direttore, tracciando i profili delle detenute, spiega quanto la vita di queste donne le abbia messe alla prova in molte circostanze: «Non le etichettiamo in base al reato che hanno commesso, posso dire però che, nonostante tutto, dimostrano di avere competenze con i figli e fanno tutto il possibile per loro». Spesso, però, i bambini presentano forti difficoltà in termini psicologici: «Non è improbabile che si debba contattare il servizio di neuropsichiatria, un po’ per la loro storia pregressa, un po’ perché hanno dovuto condividere la detenzione con la madre», spiega Tollis.

«SERVE UNA NUOVA LEGGE»
Le donne che vivono negli alloggi di C.I.A.O. Onlus presentano un livello di istruzione molto basso, se non addirittura nullo. A volte, non sanno scrivere nemmeno il loro nome, né lo sanno leggere: «Spesso straniere, hanno sviluppato un forte senso di sopravvivenza che mi colpisce: nonostante le complessità e le prove a cui sono state sottoposte, sanno cavarsela con i loro piccoli». Le ripercussioni sui bambini sono tante, perché crescere in un contesto detentivo influenza il loro futuro. «Il carcere non è una comunità per minori: è innanzitutto un luogo dove centrale è il detenuto, la pena e la sua condanna. Non il minore che segue la madre perché ha diritto a stare con lei», spiega Tollis. «Il diritto del bimbo di stare con la madre non è conciliabile con la permanenza in carcere: vorrei una nuova legge che garantisse ai piccoli di stare con la madre e che lei potesse scontare all’esterno la sua pena».

AL CARCERE ANCHE I BAMBINI «SI ABITUANO»
«I bambini, il carcere, lo chiamano prigione. Perché è più semplice. Quando crescono, per loro, quel posto rappresenta un luogo dove stanno gli adulti che sbagliano», spiega Lia Sacerdote, presidente dell’Associazione Bambini Senza Sbarre, che si occupa, invece, di accompagnare i figli dei detenuti nel percorso di visita settimanale. «Al carcere ci si abitua, lo si subisce, ed è, di fatto, un adattamento a una situazione anormale: penso che non dovrebbero esserci più bambini detenuti nelle carceri, perché si tratta di una condizione di restrizione totale, sicuramente non adatta a dei piccoli che si affacciano alla vita. E non hanno nessuna colpa».

UN PERCORSO DIFFICILE
Il percorso delle vite delle madri detenute è faticoso. Prima, durante e dopo il carcere. Alcune lasciano lì il dolore della tratta. Altre la rabbia delle tante violenze subite. Scontata la pena, provano a rimettere insieme pezzi delle loro vite, ma non sempre ci riescono. Spesso vengono lasciate sole. O se ne vanno. Altre ritornano dietro le sbarre, perché ci sono ricascate. Questa volta, però, sole. Perché i figli sono diventati grandi.

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