15 Marzo Mar 2017 1515 15 marzo 2017

Così ho imparato l'anoressia

All'età di 15 anni ho perso diversi chili. Sono andata in un centro per disturbi alimentari e i medici mi hanno spiegato quale fosse la mia malattia. Qui la racconto a parole mie.

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anoressia

Faccio parte di una categoria meravigliosa: quella dei disagiati. Non siamo in tanti. Ma ci fiutiamo, ci riconosciamo a prima vista, un solo sguardo ed è già amore. Disagiati, sì, cioè soli. O comunque, sempre, poco accompagnati. Soli perché non riusciamo ad attaccarci addosso la maschera che piace al mondo.

I miei 15 anni hanno rappresentato il momento della svolta, il treno che fischia, l’incantesimo che si spegne. Tutto quello che, senza rifletterci troppo, sembrava bello e vero, s’è manifestato d’un tratto ai miei occhi senza alcun filtro, rivelandosi in tutta la sua cruda schiettezza: brutto e finto. Credo sia capitato a molti. Ed è con questi, in particolare, che ho voglia di parlare.

Guardavo i miei amici, le mie amiche di una vita, i professori, la gente, gli sconosciuti in strada. Li osservavo, curiosa, e iniziavo a vedere in loro la grande bugia. Al liceo, ragazzina ribelle e parzialmente interrotta, ho imparato senza libri l'insegnamento di una vita: coltiva il tuo ego fino a farlo esplodere, esponilo e, in sua difesa, quando è il caso, calpesta. Era questa la lezione numero uno. E nessuno aveva il pudore, o la decenza, di nasconderla: calpesta senza pietà.

Sono cresciuta nell’amore di una famiglia che mi ha dato tutto. Non c’è nessuna violenza, nessun atto di bullismo, nessun trauma, nessun telefilm, film, rivista o pubblicità condizionante, nel mio passato. Nessuna di queste cose, che agli psicologi e ai giornalisti, ai sociologi per sbaglio, ai retorici per professione, piace tanto indagare, hanno avuto un ruolo nell’emergere della mia malattia. Alla base di essa, che io ricordi, c’è invece stata la sorpresa dell’ego: di quello altrui e, tramite esso, del mio.

Come riuscire a dare un senso alle cose quando si scopre che tutta la bellezza del fare e dare spontaneamente di quando si è piccoli, da una certa età e per sempre scompare? È una (la chiamo) verità che prima o poi diamo tutti per scontata, me per prima. Ma all’epoca, ricordo, scoprirlo fu un vero trauma. Nessuna rivista, quindi. Nessuna modella invidiabile sul giornale: la malattia in me s’è infiltrata, lenta, insieme alla disillusione. Quindi alla routine, e alla noia. C’era chi tra i miei amici ha iniziato a drogarsi presto, qualcuno di loro non è più tornato indietro. C’era chi si alcolizzava, chi viveva divorando libri, chi apriva gli occhi soltanto di notte. Io, come loro, avevo trovato la mia fuga. Ma non ne ero cosciente, non sapevo darle un nome.

Ero (sono) solitaria, mangiavo poco. Ma non il ‘poco’ cui si fa riferimento in genere quando si parla di anoressia. Un ‘poco’ più subdolo, che mi ha fatto dimagrire lentamente e perdere – senza che neanche me ne accorgessi  - 15 chili in un anno. Ed ero debole, sì, ma non decrepita: non troverete su Facebook una foto di me col viso scavato.

Una febbre improvvisa e prepotente mi aveva dato il colpo di grazia. Calo di zuccheri, svieni, ambulanza, otto buchi sul braccio per trovarmi la vena, flebo, ospedale. Ero minorenne, mi avevano messo in pediatria. Non entravo nel letto. Il primario, un dottore con i capelli bianchi e la delicatezza di un elefante, era venuto a visitarmi. Io non lo guardavo neanche mentre lui, dopo avermi fatto spogliare, toccava una per una le ossa sulla mia schiena dicendo testuale: «Che schifo, come sei magra».

Da lì, si era creato il caso: strano non sia finito sui giornali, o forse c’è finito, ma io non l’ho saputo. File di medici, infermieri, genitori, curiosi e via col valzer delle oscenità lette su qualche giornaletto scientifico: «Vostra figlia nasconde il cibo», dicevano ai miei. «Oppure vomita ogni volta che mangia», aggiungevano. Cose che capitano, certo, in molti casi di anoressia. Ma non nel mio. Mai.

Dopo l’avventura in ospedale (per raccontarla nel dettaglio ci vorrebbe un capitolo a parte), senza fare una piega sono andata in un centro specializzato (uno dei più riconosciuti d’Italia). Lì mi hanno spiegato qual era la mia malattia, mi hanno dato libri, riviste, schede, e nel frattempo mi hanno imbottito di cibo.

Funziona così, o almeno così funzionava all’epoca: incontro col nutrizionista, strette di mano, sorrisi, quindi controllo del peso, domandine, metabolismo, dieta. Poi, psichiatra: nel mio caso una signora sui 55 anni, che mi guardava annoiata negli occhi mentre mi sottoponeva al test che si fa, credo, agli schizofrenici: 100, infinite, domande. Ne ricordo ancora alcune: «Senti profumo di fiori?», «avverti presenze intorno a te?», o ancora, «credi nel giudizio universale?». Ricordo che mentre per le prime la risposta mi era venuta facile, per quest’ultima no. Avevo pensato e chiesto: «Ma in che senso?». La dottoressa aveva risposto: «Rispondi come ti viene». A caso, quindi.

La osservavo, mentre provava ad analizzarmi, e mi infastidiva. Mi guardava come un caso identico a tutti gli altri, era piena di pregiudizi. Pensava mi drogassi perché un sacco di scienziati fanno un ragionamento scienziato almeno quanto loro: pallida/occhiaie/magra = droga. No, non mi drogavo. Faceva domande inutili, mi fissava, si divorava le unghie. Quella del dito medio, in particolare, ammaccata e nerissima. Ovviamente il nostro rapporto paziente-medico si era risolto in tre sedute, nell’ultima le avevo urlato addosso che sì, stavo male, e parlare con una psichiatra mangiunghie non mi faceva sentire per nulla al sicuro. Se l’era presa, aveva chiamato i miei. Mamma, papà, nutrizionista nella stanza con noi, io e lei in piedi occhi negli occhi. Mio padre mi aveva rimproverato e fatto chiedere scusa. Da lì, però, non l’avevo più vista. Avevo continuato la terapia con il nutrizionista e, ogni tanto, una giovane psicologa. Ero stata bravissima: avevo preso 10 chili in un paio di mesi, il ciclo era tornato. Grande festa, gioia, evviva.

Soddisfazione per i medici, un po’ meno per me. Mi avevano insegnato a pesare il cibo, a studiare gli alimenti, a schematizzare tutto. Cose che non facevo prima, fissazioni che non avevo. Prima mangiavo meno di quanto il mio corpo richiedesse, vero, ma non avevo alcuno schema in testa. Non volevo ingrassare, come tutte le 15enni. Forse, più di loro, ero malata di una malinconia che mi porto dietro tuttora, ma che non mi avrebbe e non mi ha ucciso. Ed ero arrabbiata, come già detto, disillusa. Ma paradossalmente piena di vitalità, sarcastica, sveglia, sempre selettiva sì, ma socievole. Da quel momento, invece, con i miei chili al posto giusto, avevo iniziato ad essere quello che i dottori mi avevano insegnato: un’anoressica.

Non sono una stupida e non lo ero. Ero piccola, e debole. Avevo iniziato a pesare qualunque cosa mangiassi, a controllare morbosamente il mio peso. A monitorare nei loro libri le calorie di quello che ingurgitavo. A informarmi su quella storia del vomito, o sulla ‘attività fisica eccessiva’ (senza per fortuna cadere in nessuna delle due ulteriori follie). Nonostante sia la scienza a dire per prima che la malattia è nella mente prima che nel corpo, avevo preso peso e per quella stessa scienza ero «quasi del tutto» guarita. Per me, invece, è stato lì che è iniziato l’inferno.

Lieto fine: dopo tanto tempo, con calma, sono riuscita a uscirne, anche se a qualche curioso, ancora, piace osservare le mie (disordinate ma serene) abitudini alimentari. Mi è bastato crescere, accettare le cose così come sono, vedere il bello anche nel paradosso: non solo in me, ma soprattutto fuori da me.

Nota (molto) Bene. Ci tengo a sottolineare che questa è la mia esperienza enon ha nulla a che farecon le storie altrui. Confrontarsi è sempre fondamentale, come lo è farsi curare e affidarsi a qualcuno di fidato. Quello che contesto è la standardizzazione delle cure e degli effetti di tale standardizzazione su di me. Non mi esprimo, e non è questo l'obiettivo dell'articolo, sulla loro rilevanza/utilità in altri casi.

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