14 Marzo Mar 2017 1140 14 marzo 2017

Di bullismo si può morire

Nel 1995 Francesco perse la vita nel tragitto tra scuola e casa per colpa di un ragazzino che lo aveva preso di mira. L'appello della madre in occasione del 7 febbraio: «Ascoltate sempre i vostri figli».

  • ...
francescoscerbo

Aggressività, violenza, vittime e carnefici. E i casi sono molti, molti di più di quelli che immaginiamo. I dati rivelano che un ragazzo su due è stato vittima di almeno un episodio di bullismo e solo nel 2016 il solo Telefono Azzurro ha gestito in media un caso al giorno. Un femomeno che colpisce soprattutto adolescenti e i preadolescenti, ma si registrano casi anche tra bambini di cinque anni.
Renata è una mamma che ha perso il suo bambino per un atto di bullismo. Francesco ne aveva 14 quando è stato ucciso nel tragitto dalla scuola a casa. Sono passati 20 anni da quel giorno, ma la ferita rimane aperta. Nel 2008 Renata e Fulvio hanno fondato l'associazione Il Rifugio di Francesco Onlus in memoria del figlio per continuare a lottare contro la piaga del bullismo. Da anni portano nelle scuole a loro testimonianza, la stessa che, con voce rotta dall'emozione, Renata ha condiviso con LetteraDonna in occasione della prima giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo a scuola, celebrata il 7 febbraio.

DOMANDA: Quando è stato preso di mira Francesco?
RISPOSTA: Dopo le scuole medie. All'epoca abitavamo ad Anzio, vicino a Roma, e mio figlio aveva iniziato a prendere il treno per andare a scuola, alle Superiori. C'era un ragazzo sul treno che aveva cominciato ad osteggiarlo dicendo che non doveva salutare una ragazza.
D: Suo figlio gliene aveva parlato?
R: Sì. Io gli avevo detto: «Hai tanti amici, lascia perdere, non prendertela e prosegui». Invece quel ragazzo continuava a dargli noia. Mio figlio cercava di reagire in modo calmo, ma lui l'aveva preso di mira...
D: Com'è morto Francesco?
R: Era il 22 novembre del 1995. Quella mattina il bullo già gli aveva dato fastidio in modo molto pesante e mio figlio si era fatto difendere da uno studente più grande. Al ritorno questo ragazzo si è andato a mettere nel vagone con mio figlio. Al momento di scendere gli ha ostacolato l'uscita, ma Francesco è riuscito a passare lo stesso. Quando è sceso, dal finestrino il ragazzo gli ha chiesto di battere il cinque. Francesco ha risposto a questo saluto però invece il ragazzo l'ha preso per il polso e l'ha tenuto aderente alla parete del treno. Il capotreno non si è reso conto che c'era un ragazzo attaccato e il treno è partito. Mio figlio gridava «lasciami, lasciami», ma lui non lo lasciava. Anche da sopra il treno gli urlavano smettere, di non fare stronzate. Invece l'ha fatto correre per 130 metri e poi l'ha lasciato andare tra il marciapiede e il treno.
D: Cos'è successo dopo?
R: Quello che hanno fatto gli adulti poi è forse ancora più orribile, se possibile.
Hanno cercato di coprire tutto e abbiamo dovuto lottare parecchio per far emergere la verità. Mio marito è andato in giro con il registratore fin dal momento in cui è successo il fatto per cercare testimoni, perché purtroppo chi copriva tutto era il maresciallo dei carabinieri che era amico della famiglia di questo ragazzo. Combinazione, quest'uomo quel giorno tornava dal lavoro e abitava lì vicino, quindi è stato il primo ad arrivare sul posto.
D: Siete riusciti a ottenere la verità?
R: Alla fine sì, gli hanno dato due anni. Ma indipendentemente dalla pena, quello che preme alle persone che chiedono giustizia è la chiarezza, non la vendetta. Per questo mi sono arrabbiata tanto. Non si può nascondere il torto e far passare un omicidio per un incidente, come il ragazzo che ha ammazzato Francesco che è stato coperto da tutti. Non si possono far passare questi messaggi ai giovani. Anche i genitori dei ragazzi che avevano visto hanno cercato di essere omertosi. È questa l'ingiustizia per cui si reagisce.
D: Dopo la morte di Francesco cosa avete fatto?
R: Nel 1999 ci siamo trasferiti in Toscana. Finito il processo, nel 2008, abbiamo aperto l'associazione Il Rifugio di Francesco Onlus. Eravamo soli e avevamo bisogno di qualcuno per appoggiarci, per lottare per la difesa della vita. Da anni andiamo nelle scuole e io porto la mia testimonianza di mamma. Parliamo con gli insegnanti, i genitori e i ragazzi.
D: Come si può prevenire il fenomeno del bullismo?
R: La vera prevenzione di questo problema è l'educazione dei bambini fin da piccoli, dall'asilo, perché hanno bisogno di essere educati nelle emozioni e nei sentimenti. Poi c'è bisogno di formare gli insegnanti e i genitori per creare un rapporto tra famiglia e scuola che aiuti meglio i ragazzi. La scuola non deve essere un luogo da vivere con sofferenza. È orribile pensare che mandiamo i nostri figli a scuola e dobbiamo stare col timore della violenza e dell'aggressività. Il mondo adulto deve lavorare su se stesso: non possiamo continuare a dire ai ragazzi di non fare questo e non fare quest'altro quando siamo noi i primi che gli diamo questi esempi.
D: I messaggi che vengono passati sul bullismo sono corretti?
R: No, perché fanno della parola bullismo una categoria. Non se ne deve parlare come uno scompartimento stagno. Ci si riferisce solo al momento in cui accade l'episodio e non si va invece alla radice del problema: agli adulti spetta il dovere di dare ai ragazzi gli strumenti per crescere. In questi 20 anni ho capito che è fondamentale lavorare sull'educazione e sul comportamento di relazione fin dall'inizio perché non si crei una cultura della violenza.
D: Che cosa può fare la scuola?
R: Oggi, la prima cosa che deve fare per dirsi «una buona scuola» è quello di inserire nei programmi i progetti per la buona relazione nelle classi. Non si inizia la didattica se prima non si offrono ai ragazzi gli strumenti per vivere bene insieme tutto l'anno e per gestire i conflitti in classe, perché come si fa a stare insieme senza conoscersi?
D: In cosa sbaglia la scuola nell'affrontare questo problema?
R: Non tutti gli insegnanti e i dirigenti cercano di usare gli strumenti come i servizi sociali e il tribunale dei minori, anche se avrebbero la facoltà di farlo. Poi, anche gli insegnanti certe volte vengono lasciati soli da parte della dirigenza. Mi è stato raccontato che alcuni dirigenti sono ancora convinti che un buon istituto sia quello in cui va tutto bene, dove non succede niente. E che quindi bisogna coprire le cose quando accadono.
D: Come fanno i genitori a riconoscere i sintomi di qualcosa che non va?
R: Si comincia a vedere che sono pensierosi, con l'umore a terra, anche se dicono che va tutto bene. L'importante è far parlare i ragazzi. Devono sapere che da soli non ce la possono fare, che devono chiedere aiuto agli adulti: può essere un insegnante, un genitore, un'altra persona. Io mi faccio anche delle colpe, perché mai e poi mai avrei pensato che mio figlio potesse trovare la morte nel frequentare la scuola. Due giorni prima del fatto avevo chiesto un appuntamento con un'insegnante, ma stava male e non l'ho trovata. Ancora oggi non mi so spiegare perché non sono andata avanti.
D: La scuola aveva capito che c'era qualcosa che non andava?
R: Questa professoressa aveva segnalato un tema che aveva fatto mio figlio in cui raccontava un incontro sul treno con un ragazzo «un po' bizzarro, non del tutto normale». Me l'ha portato a leggere al cimitero un mese dopo che è accaduto il fatto e si è messa a piangere anche lei perché non è riuscita ad arrivare prima.
D: In che modo lei affronta il tema con i ragazzi?
R: Bisogna parlare, parlare, parlare. Ho trovato che aiuta tantissimo stare in cerchio perché fa stare tutti vicino, ci si guarda negli occhi e ci si sente tutti alla pari. La regola è che non si deve giudicare ma ascoltare. Io sto consigliando di farlo a scuola per lo meno una volta al mese con la classe e adirrittura a casa con i propri bambini. Basta trovare un momento per mettersi seduti sul tappeto e parlarsi. I genitori possono dare l'esempio ai figli raccontando i propri problemi e preoccupazioni. Loro capiscono e condividono.
D: In quanto mamma di un ragazzo vittima di bullismo, che messaggio vuole mandare?
R: Una volta la gente guardava i ragazzi, si rendeva conto se c'erano dei pericoli. Si sentiva in dovere di intervenire in loro difesa. Adesso è diventata la non curanza più assoluta: non è mio, non mi riguarda. Invece ogni bambino è nostro. Mi ricordo che un giorno mio figlio mi disse che stavano dando fastidio a un amichetto con dei problemi. Io ne ho parlato con sua mamma e lei ha provveduto a farlo andare a prendere dal padre. Con me non lo hanno fatto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso