2 Marzo Mar 2017 1815 02 marzo 2017

L'insostenibile incertezza della Brexit

Doveva cambiare tutto, ma ancora non è ancora cambiato niente. Intanto, i cittadini Ue non hanno la minima idea di che cosa accadrà loro. Come ci racconta Sara Pinotti, italiana che vive a Londra.

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Si sta come gli europei, in Inghilterra, al tempo di Brexit: non si capisce niente. Ecco come ci sentiamo noi italiani, rimasti nel Regno Unito dopo il referendum che ha chiesto l’uscita del Paese dall’Unione Europea. Viviamo nell’incertezza, come foglie secche esposte al vento invernale della tempesta Doris che ha appena afflitto le lande d'Inghilterra. Da una parte siam pronti a vederci spazzati via dal Paese senza tanti complimenti, dall’altra ci appelliamo ai nostri diritti di contribuenti e stentiamo a credere di potere essere cacciati fuori dalla – è proprio il caso di dirlo -  perfida Albione. Nessuna delle notizie che arrivano da Westminster ci rincuora, né ci fa davvero paura. Il primo ministro Theresa May ha promesso di appellarsi all’articolo 50 della Costituzione Europea entro fine marzo 2017, aprendo ufficialmente la strada all’uscita del Regno Unito dalla UE.

Tutto il resto è avvolto dalla nebbia. Il primo marzo gli europei hanno salutato con timido entusiasmo l’emendamento approvato dalla House of Lords alla legge promossa dal governo per iniziare la manovra Brexit, emendamento secondo cui i diritti dei 3,3 milioni di cittadini europei presenti nel Paese dovranno essere garantiti entro tre mesi dall’appello all’articolo 50. Per l’approvazione finale della legge, però, si deve aspettare ancora qualche giorno, e intanto noi restiamo nell’incertezza. Incerte e svariate sono anche le reazioni degli europei a riguardo, fin da quell’ormai lontano 23 giugno 2016, giorno del referendum che tutto e niente ha cambiato.

Ci sono i fatalisti che han deciso di sedersi comodi alla loro scrivania proclamando: sarà quel che sarà, se verremo cacciati ce ne andremo. Ci sono gli orgogliosi che, stizziti, hanno detto: io l’elemosina non la voglio chiedere a nessuno, se gli inglesi non mi vogliono non mi avranno; intanto, però, non si son mossi di un centimetro dalla loro stanzetta. Ci sono poi i terrorizzati che, per non rischiare (sia mai!) il rientro obbligato al Paese natio, stanno facendo domanda allo Stato per tutti i certificati possibili immaginabili, just in case: il certificato di residenza temporanea se son qui da meno di cinque anni, e quello di residenza permanente se vivono in Inghilterra da più tempo (intanto le casse di Westminster si arricchiscono: ciascun certificato costa 65 sterline; e non parliamo di chi sta spendendo oltre mille sterline per fare domanda di cittadinanza). Ci sono gli spavaldi che, dall’alto dei grattacieli di Londra, sentenziano: da qui non ci sbatte fuori nessuno, son tutte bufale, Londra senza europei è morta. Ci sono i paraculo che iniziano a infilare i piedi in due, tre, quattro scarpe, cercando di mantenere buone relazioni sia con i propri contatti lavorativi in Italia sia con quelli in UK. Ci sono gli ignavi che non vogliono prendere posizione, commentando che tanto ci vorranno minimo due anni perché Brexit si realizzi e attendendo il primo segnale di vero allarme per iniziare a prendere misure precauzionali (non sarà troppo tardi?).

Quasi tutti, in generale, siamo scontenti e vediamo la Brexit come un bel bastone tra le ruote. Cosa succederà se avremo bisogno del visto lavorativo, se dovremo iniziare a pagare la sanità privata, se la gente al ristorante e in metropolitana continuerà a guardarci storto perché parliamo ad alta voce? La verità è che da una parte vogliamo sapere che cosa ne sarà di noi, dall’altra speriamo che il nostro periodo di grazia nel Regno Unito venga esteso, almeno per farci qualche giretto in più tra le dolci colline inglesi e i mercatini di East London. Facile sentirsi immigrati solo perché non si è madrelingua e ci manca la pasta al forno di mamma. Difficile accettare di non avere in mano il proprio destino e sentirsi in balia di nuove leggi che verranno approvate, chissà come e chissà quando. Si sta come gli europei, in Inghilterra, al tempo di Brexit: impotenti, per la prima volta da quando abbiam deciso di emigrare in un Paese dove è stato fin troppo facile stabilirsi e vivere. E no, non ci piace affatto.

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