27 Febbraio Feb 2017 1955 27 febbraio 2017

Sul nostro diritto di morire

Eutanasia, suicidio assistito, rifiuto dell'accanimento terapeutico: tre casi diversi, di cui si torna a discutere dopo la morte di Dj Fabo. Ne abbiamo parlato con il giurista Francesco D'Agostino.

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Immerso in una notte senza fine. Immobile da tre anni, dopo un incidente stradale che lo aveva reso cieco e tetraplegico. Che gli aveva cambiato l’espressione del volto e lo sguardo. Che lo stava uccidendo lentamente, pur lasciandolo in vita. Così, alle 11.40 del 27 febbraio 2017, Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, ha deciso di sottoporsi ai trattamenti di fine vita in un centro svizzero. Per andarsene ha morso un pulsante in grado di attivare il farmaco letale necessario per questa pratica. L'ha fatto in un luogo non famigliare, in Svizzera, lontano da tutto.

CHI HA LOTTATO PER LA PROPRIA VITA
Anni di terapie senza esito avevano spinto Antoniani ad andarsene da un mondo che non viveva più, e a chiedere aiuto anche al Presidente della Repubblica. Nel suo ultimo viaggio lo ha accompagnato Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni, che ora potrebbe rischiare 12 anni di carcere per il reato di aiuto al suicidio.
Una vicenda che ricorda quella di Piergiorgio Welby, che nel 2006 fu il primo in Italia a scegliere di andarsene chiedendo al proprio medico di staccare il respiratore, divorato dalla distrofia muscolare. Un anno dopo anche Giovanni Nuvoli, colpito dalla Sla, chiese lo stesso, ma i Carabinieri bloccarono il medico che lo avrebbe aiutato. Si lasciò morire, iniziando uno sciopero della fame e della sete. Nel 2009 morì Eluana Englaro, rimasta in coma vegetativo per 17 anni a seguito di un brutto incidente. Il padre volle battersi per compiere le volontà della figlia. Quella di non rimanere un vegetale, ad esempio.

CHE COSA STIAMO ASPETTANDO?
Esiliati. Soli. Lontani dalla propria casa. Consumati dall'afflizione di aver lasciato tutto per riavere dignità. E rispetto. Cose che l'Italia non è ancora in grado di garantirgli. I malati terminali che vorrebbero porre fine alla loro vita, nel nostro Paese si trovano invece a dover affrontare un vuoto burocratico, incapace di tradurre le regole ambigue in norme definite, in diritti fondamentali che dovrebbero avere confini nettissimi. E così sono costretti a tenersi in equilibrio sull’orlo di leggi non scritte, alla mercé di chi si vuole permettere di decidere di morte e vita altrui. Chi in termini economici se lo può permettere, allora, non ha altra soluzione che andare in Svizzera per praticare il suicidio assistito. Chi non può, invece, è condannato a una lunga agonia. A meno che lo Stato Italiano non decida, finalmente, di affrontare la questione una volta per tutte e garantire a ciascun cittadino il diritto di decidere che cosa fare della propria vita.

UN'OPINIONE CRITICA
Noi di LetteraDonna abbiamo affrontato il tema con Francesco D’Agostino. Il giurista e docente di boetica, nonché autore di diversi libri sul rapporto tra Chiesa e politica, ha spiegato perché, a suo parere, il tema del fine vita merita di essere trattato con attenzione e delicatezza: «La decisione di morire è talmente estrema che richiede le massime garanzie per poter essere rispettata: banalizzare questa richiesta significa aprire le porte alla burocratizzazione della morte».

DOMANDA: Professor D’Agostino, non trova ingiusto che un 39enne nelle condizioni di Fabiano Antoniani sia dovuto uscire dal proprio Paese per scegliere le sorti della propria esistenza?
RISPOSTA: Il povero Fabo non è andato in una clinica ma in un centro non ospedaliero, e quindi non clinico, dove si aiutano le persone a suicidarsi. Ma non credo sia corretto porre la domanda se sia giusto o meno che Antoniani sia dovuto uscire dall’Italia per praticare il suicidio assistito.
D: Perché?
R: Perché quella della Svizzera è una situazione particolarissima. Direi quasi che fa eccezione agli ordinamenti giuridici che riconoscono la legalizzazione della morte eutanasica.
D: Però, forse, una problematica legata al fine vita esiste, se ha sentito il bisogno di andare all’estero.
R: Guardi che in quasi tutti i Paesi europei il suicidio assistito non è previsto.
D: Ma è prevista l’eutanasia.
R: È prevista l’eutanasia, per esempio in Olanda e in Belgio. È praticata direttamente dal medico e non semplicemente su richiesta del malato terminale, ma a seguito dell’accertamento di condizioni oggettive, che solo i medici possono verificare.
D: Quali sarebbero le condizioni oggettive?
R: Se i medici ritengono che la malattia non sia terminale o che le sofferenze del malato possano essere attenuate da varie tipologie di cura, allora in quel caso possono rifiutarsi di praticare l’eutanasia.
D: Se tante persone sono costrette a ricorrere a queste strutture, non c'è un vizio di fondo?
R: Lei parla di vizio e questa è un’osservazione che io rispetto. Ma è anche molto pregiudiziale.
D: In che senso?
R: Possiamo veramente definire come «vizio» l’assenza di una norma che riconosce il suicidio assistito? O il suicidio del consenziente?
D: Probabilmente per molti malati, come Antoniani che chiedeva di essere ascoltato, potrebbe essere così.
R: La tradizione storica di tutti i Paesi e di tutte le epoche ha sempre concepito il suicidio come un evento così straordinario e così fuori dall’esperienza comune che non può essere regolato per legge. Le leggi non sono fatte per eventi eccezionali, fuori dal comune: le leggi sono fatte per eventi normali, ordinari, di grandi numeri. Non per situazioni di nicchia come quelle in cui si trovano i malati come il povero Fabo. Non bisogna dimenticare, poi, il fattore depressione.
D: Che cosa intende?
R: Esiste l’enorme rischio, di cui sono consapevoli psicologi e psichiatri, che uno stato transitorio di depressione possa indurre il paziente a chiedere l’eutanasia. Ci si aspetta che la volontà venga rispettata da operatori che poi diventano dei burocrati, degli esecutori passivi di una volontà di cui si può fondatamente discutere la sensatezza e l’autenticità.
D: In Italia, però, in dieci anni sono stati tanti i casi in cui i pazienti hanno chiesto il fine vita. Il primo fu Welby, poi Nuvola ed Englaro, infine Antoniani.
R: Questo però conferma che si tratta di una questione di nicchia. Non si può legiferare su casi così esigui.
D: Molti sostengono però che una legge in grado di regolamentare il fine vita dovrebbe esserci. Il diritto alla vita vale meno del diritto di scegliere?
R: Il suicidio è lecito: io posso togliermi la vita quando voglio, senza implicazioni legali. Rinunciare alle medicine, anche salvavita, è un diritto sancito dalla Costituzione. Posso dire di no al medico che pratica su di me interventi volti a salvarmi la vita. Il problema non è questo, ma la pretesa che un soggetto terzo intervenga su di me per porre termine alla mia vita o mi dia strumenti necessari per uccidermi. Se non posso comprare un antibiotico in farmacia perché non ho la ricetta medica, se cioè non posso vincolare un medico di base a darmi un antibiotico, come posso vincolare un operatore ad aiutarmi a uccidermi?
D: Ci sono malati, però, come quelli colpiti dalla fase terminale della Sla, che non riescono né a muoversi né a comunicare. Come si supera questo limite?
R: Sì, questo è vero. Io credo esistano due possibilità: se il malato non può comunicare, purtroppo non possiamo sapere quali siano le sue intenzioni. In questo caso, per ragioni prudenziali, dobbiamo prenderci cura di lui. Se, invece, con il movimento degli occhi si prende atto che rifiuta l’accanimento terapeutico, questo è lecito. Esiste la mediazione della sedazione profonda, ma questo non ha niente a che vedere con l’andare in Svizzera per il suicidio assistito: è un consapevole rifiuto di terapie straordinarie che è lecito rifiutare.
D: Lei è cattolico?
R: Sì, ma la cosa è assolutamente irrilevante: finora abbiamo parlato senza alcun riferimento religioso, no? La mia posizione non è fideistica. Le ragioni della fede sicuramente integrano le ragioni laiche, le arricchiscono. La cosa importante, in una società pluralista e democratica come la nostra, è che le grandi decisioni di etica pubblica come questa non vengano prese partendo da posizioni religiose, altrimenti c’è solo il conflitto armato. Metterei da parte ogni prospettiva di caratteristica confessionale.
D: Una regolamentazione del fine vita che cosa toglierebbe a chi è contrario?
R: Nulla, chiaramente: se il malato è sottoposto a supporti vitali pesantissimi è chiaro che si può decidere di lasciarlo andare, non di ucciderlo. Esiste un enorme dibattito sulla questione dell’alimentazione e dell’idratazione: quando il malato viene alimentato in ospedale, non con cibo ordinario ma attraverso sostanze chimiche, questa può essere considerata una terapia medica. Trattandosi di accanimento terapeutico, ritengo possa essere sospeso. Ma io trovo che ci siano differenze sostanziali tra questo e il suicidio assistito.

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