27 Febbraio Feb 2017 1747 27 febbraio 2017

L'Oscar indossa il casco bianco

Il miglior corto documentario del 2017 è The White Helmets. Diretto da Orlando von Einsiedel, racconta il lavoro del gruppo di soccorritori siriani 'riconoscibili' dal colore dei loro elmetti. Ecco la loro storia.

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caschi bianchi

The White Helmets, il film diretto da Orlando von Einsiedel sui soccorritori siriani noti per il loro casco bianco, ha vinto l'Oscar come miglior corto-documentario. La pellicola è stata realizzata con la collaborazione di uno dei membri dell'organizzazione, il 21enne Khaled Khatibl, che ha girato tutte le scene ad Aleppo. Durante la premiazione il regista ha letto le parole del capo dell'organizzazione Raed Saleh, che come Khatibl non ha potuto partecipare alla cerimonia a causa dei recenti provvedimenti presi da Donald Trump contro gli immigrati: «Siamo molto grati che questo film abbia messo in luce il nostro lavoro. Abbiamo salvato più di 82 mila civili. Invito quanti mi ascoltano a lavorare per la vita, per fermare lo spargimento di sangue in Siria e in altre parti del mondo».

UNA STORIA DA CONOSCERE
Sì, perché la storia dei Caschi Bianchi, che di vite ne hanno salvate e continuano a salvarne tantissime, non ha ancora conquistato la notorietà che meriterebbe. Se ne iniziò a parlare circa tre anni fa, nel 2014, quando su Internet cominciò a girare il video del salvataggio di un bambino, Mahmud, sepolto dalle macerie di un edificio distrutto dalle bombe ad Aleppo.

LA NASCITA
Il gruppo, fondato dal già citato Saleh, è nato nel 2013 con 25 membri, non pagati. Oggi conta circa 3 mila volontari, di cui 78 donne, e agisce in 120 località di otto province siriane, ma solo nel territorio controllato dai ribelli: l'accesso alle zone governative non è consentito. A finanziare il loro lavoro sono numerosi governi democratici, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi, ma vengono anche aiutati da alcuni enti privati.

LE OPERAZIONI
Per far parte dei Caschi Bianchi non è necessario avere una formazione particolare (sono previsti corsi di primo soccorso): la cosa fondamentale, aderendo, è quella di accettare di effettuare operazioni di soccorso cercando di salvare più persone possibile. Il motto? Arriva direttamente dal Corano: «Salvare una vita è salvare tutta l’umanità». Il modo d'operare è il più 'ovvio' e concreto possibile: quando c'è un bombardamento, i volontari corrono verso le zone colpite, e una volta arrivati chiedono alla folla di fare silenzio per riuscire a sentire eventuali richieste di aiuto e intervenire. Un'azione, la loro, molto rischiosa, anche perché spesso il primo bombardamento è seguito da un altro, sferrato per uccidere più persone e distruggere più luoghi possibile.

LE CRITICHE
Di recente, riporta Il Post, l'organizzazione è stata molto criticata e attaccata. Secondo Michael Weiss, del Daily Beast la campagna, «sostenuta dai mullah e dal Cremlino e da ogni specie di compagnie di estrema sinistra ed estrema destra simpatizzanti di Mosca, Teheran e Damasco, mira a descrivere i Caschi bianchi come un elaborato fronte sia di jihadisti che dell’Occidente, i quali, in questa interpretazione complottista, sarebbero anche alleati gli uni con gli altri». E ancora, secondo quanto scritto da Max Blumenthal su Alternet, i Caschi Bianchisarebbero manipolati dagli Stati Uniti col fine di destituire Assad. Affermazioni, quelli di Blumenthal, molto criticate, e smentite in seguito sui social da James Sadri, direttore dell’organizzazione a favore dei Caschi Bianchi The Syria Campaign.

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