30 Gennaio Gen 2017 1840 30 gennaio 2017

Migranti, senza ascolto non si rinasce

Stupri, torture, cicatrici, sensi di colpa. La dottoressa Bettini aiuta le donne a superare l'inferno. La storia di Dalji, che ha attraversato il Mediterraneo con in grembo il bimbo del suo carnefice.

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An Ivorian woman weeps after hearing the

Dalji ha percorso centinaia di chilometri. A piedi. Camerun, Ciad, Niger.
La rotta è quella che dall’Africa subsahariana porta alla Libia, considerata dai migranti la porta d’Europa. Un inferno, un non luogo dove accade di tutto. Torture. Stupri. Violenza.
È partita sola, e al suo Paese ha lasciato ogni cosa: la gioventù, la sua casa e la speranza. E anche sé stessa. Prima di poter salire su un barcone è stata rinchiusa in una cella libica, insieme ad altri migranti. Uno strazio durato mesi.
L’hanno violentata tutti. Si mettevano in fila e, a turno, abusavano di lei. Sempre con la stessa dinamica: prima calci e percosse, poi lo stupro. È stata trattenuta lì per giorni e, in seguito alla violenza, è rimasta incinta. Ha attraversato il Mediterraneo con un bimbo in grembo ed è arrivata in Italia stremata.
Non ha mai saputo di chi fosse il suo bambino, nato a marzo di due anni fa. Dopo l’abuso ogni uomo le faceva paura. Non usciva mai da sola e non sopportava il contatto con nessuno. Stava chiusa lì, nel centro di accoglienza che la ospitava. Probabilmente avrebbe abortito, ma la gravidanza inoltrata non gliel’ha permesso.

LE DONNE PAGANO IL PREZZO PIÙ ALTO
Arrivano stanche, avvilite, derubate della loro femminilità. Tra i migranti, sono le più esposte a pericoli e violenze. Sono molto giovani, spesso poco più che bambine. Marta Bettini, psicologa dell’Azienda Sanitaria Locale di Piacenza, le aiuta a ricostruire, pezzo dopo pezzo, il rapporto con loro stesse. Che passa anche dal corpo.
Attraverso colloqui e lunghi percorsi di riabilitazione, Dalji si è ripresa una normalità perduta. Le donne, però, non sono le uniche a subire stupri e sevizie. La durata media di un viaggio, per un migrante, è di circa 15 mesi. Le tratte, come le carceri, sono gestite da intermediari e trafficanti. I maltrattamenti sono esperienze comuni a uomini e donne. La dottoressa Bettini, che si occupa di sostegno psicologico ai richiedenti asilo, vittime di violenza e di tortura, spiega a LetteraDonna la complicata riabilitazione di uomini e donne: «Tutti i migranti transitati dalla Libia, purtroppo, sono costretti a sopportare abusi sessuali e torture, ma sono le donne a pagarne il prezzo più alto».

DOMANDA: Dottoressa Bettini, in quali condizioni arrivano le donne dopo traversate così lunghe e pericolose?
RISPOSTA: La maggior parte di loro arriva in un forte stato di choc, sono spaventate, hanno tanta paura e sono molto disorientate. Hanno un atteggiamento di chiusura e opposizione. Spesso non sono molto disposte a condividere le loro informazioni personali, mantengono un atteggiamento di difesa, soprattutto se sono state vittime di stupro.
D: E in questi casi come agisce?
R: Se la donna non collabora non la possiamo forzare assolutamente a venire ai colloqui, per una questione di efficacia della terapia. All’inizio, comunque, si cerca sempre di stare su un livello molto più «superficiale», non si toccano subito tematiche sensibili. Devono capire, prima di tutto, che il terapeuta è una persona fidata.
D: Come avviene l'approccio?
R: Di solito i casi ci vengono segnalati dall’ambulatorio migranti, dove le ragazze fanno la prima visita. Se il medico (in genere una dottoressa, ndr) nota, nel comportamento della donna, determinati atteggiamenti allora interviene lo psicologo. Questo è il primo passaggio.
D: Quali sono i comportamenti che segnalano un disagio?
R: Ad esempio, se la ragazza risulta essere particolarmente triste o chiusa. Anche se, nella maggior parte dei casi, ci vengono segnalate perché queste ragazze, magari a un mese dal loro arrivo, hanno molti sintomi psicosomatici, come continue richieste di medicinali per il mal di testa. Sono numerosi poi gli accessi al pronto soccorso per fitte respiratorie. Se non ci sono problematiche fisiche e gli esami risultano tutti negativi allora significa che c’è dolore psicologico. Noi interveniamo in quel caso.
D: Cosa fate in quei casi?
R: Di solito partiamo dalla domanda su quale sia il loro concetto di bellezza. Chiedo loro di portarmi foto di quando facevano feste nel loro Paese: in quelle circostanze ti mostrano quanto erano belle nei loro abiti tradizionali. Gli viene poi chiesto di andare dalla parrucchiera e di tornare da me sistemate. Questi sono solo piccoli input che io cerco di dare perché purtroppo il margine d’azione è limitato, perché non hanno soldi. Che non hanno soldi. In ogni caso, comunque, loro riprendono le loro tradizioni del passato attraverso le foto, tornano dal parrucchiere e si costruiscono una rete sociale. Iniziano a conoscere, escono, vanno da un’amica che magari fa loro le treccine, iniziano a guadagnare qualche soldo . Tutti questi passaggi le aiutano a inserirsi meglio nella società.
D: In che modo riuscite ad aiutarle?
R: Il mio intervento inizia con un lavoro sul sintomo fisico che loro denunciano. Dopo cinque o sei sedute, ma si può parlare anche di mesi, mi confessano di essere state vittime di stupro. Nessuna ti dice subito di essere stata violentata.
D: Perché?
R: Prevalgono un forte senso di colpa e di vergogna. Con Dalji è stato diverso. Lei è il caso più interessante con cui ho lavorato.
D: Ci racconti come è andata.
R: È arrivata qui a 23 anni: è partita dal Camerun ed è sbarcata incinta di sei mesi. Sono entrata in contatto con lei perché durante la prima visita medica all’ambulatorio immigrati ha iniziato a piangere. Mi ha detto: «Io sto tanto male perché sono stata violentata e poi rimasta incinta».
D: In che stato era Dalji?
R: Aveva fobie sociali. Non usciva mai di casa e non riusciva ad avere accanto un uomo. Aveva paura a stare in qualunque posto. Non girava per strada perché era convinta che tutti la giudicassero e che tutti sapessero la sua storia. Lei, poi, non voleva questo bambino.
D: In che modo è riuscita ad affrontare la gravidanza?
R: Non voleva assolutamente farsi visitare da un ginecologo uomo, né voleva partorire. Abbiamo fatto un lavoro di decostruzione, a livello cognitivo, di tutti i suoi pensieri negativi che le impedivano di riprendere una vita, socialmente, normale. Abbiamo iniziato a lavorare sul suo senso di colpa, perché quasi tutte le donne che subiscono una violenza sessuale presentano le stesse risposte a livello psicologico.
D: Quali?
R: Il primo è, appunto, sicuramente il senso di colpa: spesso loro stesse si ritengono responsabili dell’accaduto, perché magari non sono riuscite a fermare lo stupratore. Oppure, se accompagnate dal marito, provano vergogna perché, anche se costrette, hanno avuto rapporti sessuali con altri uomini. In questi casi si analizzano tutte le situazioni e si fa notare loro che in nessuna azione possono ritenersi responsabili.
D: E con Dalji ci è riuscita?
R: Sì, subito dopo abbiamo iniziato un nuovo lavoro sulla sua femminilità, perché molte donne presentano anche cicatrici, per cui queste violenze restano impresse sulla pelle e nella mente. Lei, come tante altre nella stessa situazione, provava disgusto per sé stessa.
D: Dove l’ha portata?
R: Siamo andate insieme in alcuni negozi, dove abbiamo iniziato a guardare gli abiti che anche lei avrebbe potuto indossare; siamo andate in profumeria dove lei, per la prima volta, si è fatta truccare. Con questo percorso attivo, che le è servito per riacquistare sicurezza, si è risentita donna. Relazionarsi con le persone all’esterno è stato molto utile: vedendo che io parlavo con altre persone, salutavo un amico, per apprendimento indiretto ha iniziato a «imitare» i miei comportamenti. Così ha iniziato a capire che non tutti gli uomini sono pericolosi: con queste azioni non esplicite nei suoi confronti lei è riuscita a riavere grande fiducia in sé stessa.
D: E il bambino oggi è con lei?
R: Sì, oggi lei è un’altra persona: ha partorito, esce da sola, si fa visitare da medici uomini e ha ripreso una vita sociale. La seguo tuttora con regolarità.
D: Ha mai consigliato a una donna che ha subito una violenza sessuale di abortire?
R: Noi psicologi non possiamo consigliare una cosa del genere. È unicamente il paziente a prendere la decisione. Il mio compito è di sostenere la loro decisione, qualunque essa sia.
D: Dopo uno stupro si «guarisce» più facilmente scegliendo l’aborto o proseguendo la gravidanza?
R: A questa domanda non sono sicura di poter rispondere perché non ho mai seguito ragazze che hanno scelto di abortire.
D: Sono in molte, in percentuale, quelle che chiedono di interrompere la gravidanza?
R: L’aborto è raro, soprattutto se arrivano dalla Libia. Arrivano già al quarto o quinto mese, perciò è troppo tardi e non si può più effettuare. Inoltre, siccome per fidarsi del terapeuta impiegano anche dei mesi, spesso non ci dicono nemmeno di aspettare un figlio. Lo si scopre più avanti, magari con le analisi del sangue.
D: Che sentimento maturano nei confronti di questo bambino?
R: Vorrei fare una premessa: ho condotto una ricerca in Rwanda sulle donne vittime di stupro etnico e ho notato che quelle rimaste incinte maturano sentimenti contrastanti di amore e odio nei confronti del piccolo: di amore perché il senso materno rimane ed è naturale, ma ogni volta che si vedono la pancia, quando guardano il bambino oppure quando lo devono allattare ricordano tutto. Questa donne hanno bisogno di un monitoraggio costante.
D: Per quale motivo?
R: Perché alternano momenti di attaccamento al piccolo a momenti di non sopportazione. Può capitare che, per reazione, dicano di non sopportare più il bambino perché piange tutto il giorno e poi, se si chiede al personale, l’operatore spiega che il neonato dorme sempre. Molte volte proiettano in questa persona tutti i loro sentimenti negativi: in alcuni giorni lo adorano e in altri ti dicono che se avessero potuto l’avrebbero lasciato in ospedale. Ma nella maggior parte dei casi che ho seguito, ha sempre prevalso il sentimento d’amore. Una soltanto l’ha lasciato in ospedale per l’adozione, tutte le altre li hanno tenuti. Anche per una questione di responsabilità sociale e giudizio culturale: alcune ci dicono che nei loro Paesi d’origine non è ammesso non tenere il proprio bambino. Comunque, spesso, il figlio si rivela essere anche la loro forza per andare avanti.
D: E cosa succede quando le donne che arrivano qui sono accompagnate?
R: Sono moltissime, quasi tutte. Dopo lo stupro possono avere qualche problema di coppia, perché non si lasciano nemmeno più toccare dal marito. A volte i compagni si indispongono.
D: Loro immaginano che cos’hanno passato le loro mogli?
R: Dipende. A volte non capiscono perché ci sia questa repulsione nei loro confronti. Talvolta i terapeuti preparano queste ragazze a riavere un rapporto sessuale normale. Quando riescono anche soltanto a farsi accarezzare dal loro compagno è già un netto passo avanti. Gli consigliamo di fidarsi del marito, di fare qualche attività insieme. Spesso però queste coppie non funzionano tanto.
D: Lei consiglia sempre alle ragazze di confidare la violenza al marito?
R: Sì, assolutamente. Dico loro che vivere la dimensione della coppia è una condizione migliore, privilegiata, perché in due ci si sostiene.
D: E, in genere, i compagni si dimostrano comprensivi? Quali sono le loro reazioni?
R: Nella maggior parte dei casi si dimostrano comprensivi, perché in realtà loro lo sapevano o lo immaginavano. Tutti sanno cosa accade in quelle carceri, che cosa fanno le guardie. Comunque non ho mai avuto casi di donne ripudiate dal marito. Tuttavia è determinante chiedere, prima di dare loro consigli, come funziona il rapporto di coppia nei Paesi d’origine. Una volta compreso se la coppia, ad esempio, è analfabeta si segue un tipo di lavoro, se la coppia è istruita se ne fa un altro. Purtroppo la maggioranza non è scolarizzata.
D: I comportamenti variano in base alla nazionalità delle donne?
R: Direi di sì. Posso farle un esempio: con le ragazze nigeriane è molto difficoltoso entrare in rapporto stretto perché la maggior parte di loro è inserita nel racket della prostituzione. Già dalla Nigeria vengono comprate, ricattate e minacciate. Poco dopo il loro arrivo è come se sparissero perché c’è qualcuno che ha sicuramente un progetto su di loro. Può capitare che passino a prenderle in stazione e loro stiano fuori due o tre notti e se si verifica questo si è già fuori dal progetto accoglienza. Loro sono molto diffidenti per questi motivi. Le pazienti che si sono dimostrate più collaborative sono quelle provenienti da Gambia, Camerun e Costa d’Avorio. Ma l’accesso di donne ai colloqui è comunque molto basso.
D: Ci sono nazionalità più esposte a rischi di altre, magari anche per ragioni etniche?
R: Direi di no. Non è l’etnia o la nazionalità: le violenze avvengono in Libia. Se si transita da lì certe cose, purtroppo, accadono con frequenza. Anche agli uomini.
D: E gli uomini si aprono più facilmente con voi?
R: Solitamente sì, ma non ammettono lo stupro. Mai.
D: E voi come ve ne accorgete?
R: A distanza di circa un anno, solitamente, presentano comportamenti aggressivi.
D: Immagino sia complicato, per lei, ascoltare certi racconti.
R: Sì, lo è. Mi sono rafforzata facendo tirocini in alcuni ospedali psichiatrici in Africa, concentrando i miei studi sulle conseguenze del genocidio. Ho visto molti casi di post-traumatico da stress e ho partecipato a varie terapie di gruppo con donne vittime di stupro. Ma ho spesso dei cedimenti, per cui vado in supervisione, a mia volta, da uno psicologo due volte al mese.
D: Come si ricostruisce la femminilità, e quindi anche l’identità, di una donna?
R: Dipende dalla problematica che presenta e dalla sua personalità. Io faccio la scuola cognitivo-comportamentale quindi noi abbiamo un approccio molto sull’azione. Tante donne arrivano molto trasandate e magari ti dicono: «Tanto io faccio schifo e non sono più una donna».

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