27 Gennaio Gen 2017 1254 27 gennaio 2017

Luigi Tenco nelle canzoni degli altri

Il 27 gennaio 1967 l'Italia si svegliava con la notizia del suicidio del cantautore. In pochi anni di carriera, segnò la musica italiana come pochi altri. Tanti i colleghi che l'hanno omaggiato. Scopriamoli.

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Il 27 gennaio 1967 moriva Luigi Tenco, e l'Italia scopriva che anche l'evento nazionalpopolare per eccellenza poteva trasformarsi in un giallo a tinte fosche, prima ancora che in una tragedia personale. Ma anche che lo spettacolo doveva continuare, perché Sanremo è Sanremo, lo era allora come lo è oggi. Quello di Tenco fu suicidio, la legge decise così. E i media, in poche ore, lo derubricarono a gesto di un pazzo, di un drogato, di un egoista irriconoscente nei confronti del proprio pubblico, e anche un po' vigliacco nei confronti della vita (come lo dipinse Sergio Zavoli nelle ore successive al ritrovamento del cadavere).

L'EREDITÀ DI TENCO
A cinquant'anni dalla morte del cantautore le malignità che l'Italia del boom, che non poteva né tollerare né giustificare un personaggio così eversivo nella sua problematicità, scaricò addosso a Tenco sono solo ricordi custoditi da microfilm della stampa dell'epoca e grigi filmati d'archivio (in attesa del prossimo bersaglio). Ma Tenco, invece, è rimasto. È rimasto il mistero della sua morte, che per alcuni fu omicidio, e sono rimaste, soprattutto, le sue canzoni. A partire da quella Ciao, amore, ciao che in quel 1967 praticamente nessuno capì e apprezzò. L'opera di Luigi Tenco, che occupa appena tre album, ha influenzato almeno due generazioni di cantautori, così come la sua scomparsa colpì profondamente i suoi amici e colleghi dell'epoca.

OMAGGIATO ANCHE DAL RAP
Non sono pochi, quindi, gli omaggi che il mondo della canzone ha tributato a Tenco. Anche in un genere apparentemente così distante da lui, ma che in realtà ne ricalca la rabbia anti-sistema. E, allora, ecco il rap di J-Ax Reci-divo, in cui canta: «perché io su 'sta roba non posso morire, Tenco senza pistola, Cobain senza fucile...». O Andiamo a Sanremo di Fabri Fibra, che recita: «...sdraiato sul tappeto/con una pistola in mano e un buco in testa/non sono il primo che protesta...», seguito nel 2011 da Caparezza, che in Chi se ne frega della musica avvisa l'industria discografica: «toglimi tutto questo che magari mi fermo, di certo non mi freddo in una stanza d'albergo». Ma c'è anche chi ha scritto intere canzoni, o quasi, dedicate in larga parte a Tenco.


PREGHIERA IN GENNAIO
Non possiamo che cominciare con il brano di Fabrizio De André, che a Luigi Tenco era doppiamente legato. Come amico, e come esponente della scuola genovese. De André scrisse la canzone, raccontò, proprio tornando dal funerale di Tenco: «Ascolta la sua voce/ Che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia/ Vedrai, sarai contento». Da sottolineare l'amaro appello ai «benpensanti».


FESTIVAL
Nel 1967 Francesco De Gregori aveva appena 16 anni, ma la morte di Tenco lo colpì fortemente. Nove anni dopo lo omaggiò nel brano contenuto nell'album Buffalo Bill, con un testo amaro e che racconta le tante ipotesi e ipocrisie dell'epoca: «ne hanno fatto un monumento/ per dimenticare un pò più in fretta».


È MORTO UN ARTISTA
«È morto un'artista/ Invece di piangere/ Fanno festa»: è facile riconoscere la figura di Tenco nei versi della canzone scritta da Donatella Rettore, scritta nel 1977. Un brano che ricorda la figura di un sognatore votato agli ideali dell'amore e dell'arte, che con la sua scomparsa ha privato il mondo dei propri pensieri.


TRADIMENTO E PERDONO
Inclusa nell'album del 2007 Dalla pelle al cuore, Antonello Venditti l'ha dedicata al suo amico Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma morto suicida. Ma il testo ricorda altre due figure tragiche: Marco Pantani e, appunto, Luigi Tenco: «quel sorriso sgomento anche se hai vinto/ non mi tormenta più/ mi ricorda Luigi pieno di amici/ solo e lasciato lì».

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