25 Gennaio Gen 2017 1800 25 gennaio 2017

Il muro che distrugge

Il Presidente Trump ha ribadito la sua volontà di innalzare una barriera definitiva tra Usa e Messico. Un provvedimento che rischia di logorare il tessuto sociale e famigliare dell'area.

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Families

Il 26 gennaio 2017 verrà ricordato dagli annali come il giorno del muro: la data in cui Donald Trump ha di fatto dato il via alla costruzione della barriera tra Messico e Usa, durante una riunione con la National Security Agency (Nsa) annunciata il giorno prima su Twitter, con tanto di trionfali punti esclamativi. Lo scopo del muro (Trump ci tiene a precisare che proprio di muro si tratta, in cemento e mattoni) sarebbe porre un ostacolo fisico all'immigrazione clandestina. Quel che è certo è che per ora la sola idea di muro è già servita a portare Trump alla Casa Bianca, nonostante le proteste e gli appelli di almeno metà dell'opinione pubblica. Per non parlare di quelle comunità e di quelle famiglie che vivono a cavallo del confine, e che vedrebbero le proprie vite radicalmente sconvolte.

LE RETI GIÀ CI SONO
Bisogna premettere che la costruzione del muro a molti suona come irrealistica oltre che inusitatamente costosa: Trump ha affermato che se la caverebbe con una cifra tra i 10 e i 12 miliardi di dollari, ma il Washington Post ha stimato una spesa di 25 (e Trump se ne è uscito con la sparata che sarà il governo messicano ad accollarsi le spese). Inoltre, le barriere tra Usa e Messico già esistono. Si tratta di recinzioni, blocchi di cemento e altre strutture sparse qua e là lungo il confine. Ma, lì dove sorgono, hanno già creato numerosi problemi. E non certo ai narcotrafficanti, che da anni ormai usano anche tunnel sotterranei per i loro traffici. Ma le famiglie oneste, invece, che hanno visto alcuni dei loro membri trasferirsi al di là della frontiera, non possono fare altrettanto: per loro esistono posti come il Friendship Park, dove possono parlarsi e sfiorarsi attraverso gli spazi di una rete metallica.

CRISI DI FIDUCIA
Ma, dal Messico, giustamente c'è chi si è risentito di come i media affrontino il tema dell'immigrazione con una chiave di lettura 'a senso unico': il governatore di Jalisco, una regione messicana, ha scritto un editoriale per il Guardian dove ricorda che due milioni di cittadini americani vivono e lavorano in Messico, auspicando una relazione biunivoca che un muro (o una politica sull'immigrazione particolarmente restrittiva) potrebbe compromettere, diffondendo innanzitutto un sentimento di sfiducia. E, per contrappasso, rendendo più difficile la collaborazione tra i due governi nella lotta alla criminalità.

ALLA FINE CONTA SOLO IL COLORE DELLA PELLE
Il muro, inoltre, rischia di disgregare tessuti sociali che nei secoli sono cresciuti sopra il confine, come accaduto alle due Nogales, quella messicana e quella statunitense. A dividerle, una recinzione color rame, che però non riesce a intaccare il profondo intreccio che unisce le due comunità, come racconta sempre il Guardian. Sono legami fatti di persone, come la 18enne Angelica, nata negli Usa da genitori messicani irregolari. Negli Usa vige lo ius soli, secondo cui chi nasce lì è automaticamente cittadino statunitense. Angelica può passare attraverso il confine con relativa leggerezza, ma i suoi genitori vivono una situazione legale di incertezza che rischia di dividere la famiglia. Lydia Otero, invece, è una professoressa dell'Università dell'Arizona statunintense da generazioni (anzi, in un certo senso è ancora più americana degli americani, visto che ha sangue Apache nelle vene): ciononostante, un giorno un'auto si è affiancata a lei e il conducente l'ha invitata a «tornarsene nel suo Paese». A testimonianza del fatto che, per qualcuno, non conta granché chi è al di qua e chi al di là della barriera: ma, come vuole il più bieco razzismo, si guarda prima di tutto al colore della pelle.

IL MESSICANO CHE FERMA I MESSICANI
Situazione ancora più paradossale, se si tiene conto che metà degli agenti statunitensi preposti al controllo della frontiera sono latinos. La storia di Vicente Paco, raccontata dal Guardian, è quella di un messicano che da bambino è stato educato a odiare i gringo, e che poi invece ha finito per lavorarci: il suo lavoro consiste nell'impedire che i messicani passino illegalmente la frontiera. Quando gli sfuggono, sa come individuarli mentre tentano di confondersi con la popolazione: spesso i loro vestiti sono strappati e macchiati dalla ruggine lasciata dalla barriera. Paco mette gli Usa, che vede ormai come la propria patria, prima della tradizione. E il suo lavoro, in un certo senso, sta diventando sempre più facile: perché, checché ne dica Trump, il numero dei messicani negli Usa tra il 2009 e il 2014 è calato di 140 mila unità. Altro che invasione.

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