24 Gennaio Gen 2017 1921 24 gennaio 2017

I rapper sono i nuovi cantautori?

Lo abbiamo chiesto a Franco Godi, storico padre degli Articolo 31, che sulla scena musicale odierna non ha dubbi: il rap si sta facendo pop. E di J-Ax e Fedez dice: «Sono entrambi dei numeri uno».

  • ...
Assenzio-di-Fedez-e-J-Ax-testo-e-video

C’era una volta il rap.
Potrebbe essere l'inizio di qualsiasi articolo che tratti il tema, perché oggi in Italia si assiste a un mutamento del genere, a sua volta originato dall’hip hop americano, e la svolta è quasi tutta commerciale. Lo sono ad esempio i dissing – gli insulti – che i rapper nostrani si inviano tramite social network, con appositi video da migliaia di visualizzazioni, ripresi a loro volta dai giornali con un’eco senza fine. Non ultimi Fedez e J-Ax in risposta a Marracash e Gue Pequeno, tutti e quattro (guarda caso) in uscita con un nuovo disco di collaborazioni.
«Il genere ha avuto delle evoluzioni, e oggi si affrontano temi diversi per un pubblico diverso», ha spiegato a LetteraDonna Franco Godi, storico papà e produttore discografico degli Articolo 31, di cui J-Ax fu il fondatore. Musicista e compositore, è stato uno dei primi a credere in quel genere musicale e a sperimentare assieme al rapper, che oggi considera ancora «un numero uno».


DOMANDA: Che periodo stanno vivendo la scena hip hop e quella rap in Italia oggi?
RISPOSTA: Direi un momento pop. Ormai mi pare che questi generi siano entrati nella percezione comune della gente. Quando abbiamo iniziato con gli Articolo 31 nel 1991 eravamo in salita, nel senso che l’hip hop era frequentato per lo più dai gruppi nei centri sociali e comunicava soprattutto il disagio.
D: Mentre oggi?
R: Li vediamo da Maria De Filippi o a Domenica In. Ci sono ancora espressioni di hip hop legate alla strada, ma si è molto allargato il cerchio e la scena musicale di quel genere è oggi molto ampia.
D: Questo accade solo in Italia?
R: Non sono un conoscitore così preparato, ma effettivamente all’estero ci sono degli aspetti molto diversi. In America, ad esempio, coesistono scenari più underground e quelli più pop fatti con i dj. In Brasile, invece, essendoci realtà sociali e disagi da raccontare, i gruppi hip hop sono meno commerciali e i loro precursori in fondo sono stati i repentistas, ovvero questi improvvisatori di rime.
D: Quindi in Italia è venuto meno il racconto del disagio?
R: È cambiata la situazione. Quando le cose sono reali traspaiono dalle rime degli mc, però prima la scena era molto più fuori dalle righe, ricordo che c’erano i Sound System, i 99 Posse, che però sono ancora attivi e raccontano quell’immaginario lì. Ci sono state però poi delle evoluzioni con J-Ax, i Club Dogo, Marracash, ecc.
D: A tal proposito, queste rivendicazioni che viviamo oggi tra rapper sono pretestuose?
R: A me pare che questa cosa ci sia sempre stata. La sfida vera dell’hip hop era proprio il freestyle, dove uno sfida l’altro o gli altri, con offese a suon di rime, dicendo le cose come in un incontro di pugilato. Questo però non c’entra con le storie di sangue alla 2Pac (il famoso rapper statunitense, ndr) per intenderci. Diciamo che l’hip hop nasce con la sfida, quindi fa parte di quel mondo lì.
D: Oggi però ha preso una direzione social...
R: Queste cose prendono un’altra piega quando vanno sui giornali. Il rap però rimane un nuovo modo di comunicare, trasversalmente alla musica tradizionale, che l’hip hop ha sconvolto, facendo riflettere all’epoca anche i musicisti.
D: I rapper dunque possono essere considerati i nuovi cantautori?
R: Un po’ il paragone regge, ma solo quando ci sono contenuti e non quando ci sono schermaglie senza valore. Se scrivi dieci pagine e non mi ha detto niente, non vali, mentre se scrivi una paginetta che racconti il disagio politico, sociale o interpersonale, riesci ad arrivare. Il problema vero è che, essendo in molti oggi a fare hip hop, non tutti riescono a trovare dei contenuti tali da essere al passo con i tempi.
D: Lei è stato il produttore degli Articolo 31. Che progetto era il vostro all’epoca?
R: Loro avevano delle idee molto precise, io li ho aiutati a crescere, ho appoggiato la loro scrittura, i loro brani. Allora la figura del produttore era più importante di com’è di oggi, perché serviva ad incanalarsi, ad aprirsi le strade, visto che era difficile poterlo fare da soli. Oggi con i social network uno posta una cosa, un’idea e questa si diffonde subito. La discografia ormai si basa sui social e i sui talent.
D: E sono utili?
R: Una volta era difficile andare in televisione, ora le porte sono aperte.
D: Com’è cambiato invece musicalmente J-Ax, secondo lei?
R: Quando gli Articolo 31 si sono sciolti è accaduto proprio per ragioni artistiche, perché avevano idee musicali diverse. Quello che fa Ax nel rap e nell’hip hop lo vediamo tutti i giorni. Lui ha voluto allargare il suo bacino di utenza e quindi è un po’ meno di nicchia, rispetto a come era nato.
D: Quindi ha cambiato identità?
R: No. Gli Articolo 31 hanno sempre voluto comunicare, ma con un modo all’italiana di fare il rap, mentre un tempo spesso si imitavano i modelli americani. La loro fortuna è stata proprio quella di fare un hip hop all’italiana.
D: E come vede l’unione artistica con Fedez?
R: Li conosco entrambi, anche se per Fedez ho prodotto molto meno, poi hanno deciso di mettersi assieme, essendo due numeri uno, avendo un passato però diverso, e mi sembra sia uscita una cosa fatta secondo le loro intenzioni. Adesso hanno anche pubblicato un album assieme, Comunisti con il Rolex, no?
D: Sì, ha avuto modo di ascoltarlo?
R: L’album intero non ancora, ho sentito i due singoli Vorrei ma non posto e Assenzio e musicalmente sono fatti bene, dietro c’è una produzione di tutto rispetto, devo dire.
D: Lei invece musicalmente di cosa si sta occupando?
R: Ho preso un po’ di respiro dall’hip hop e mi sto orientando su cose teatrali, sto curando un artista nuovo, mi piace sperimentare con il teatro come mezzo di comunicazione. Qui alla Best Sound, la mia casa di produzione, ci sono però ancora artisti hip hop ed è sempre una buona palestra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso