10 Gennaio Gen 2017 1612 10 gennaio 2017

AAA, Regno Unito cerca donne in politica

In Inghilterra il governo sta valutando di proporre una legge che obblighi i partiti a presentare candidati di sesso femminile in almeno il 45% delle circoscrizioni. Ma l'Italia come è messa con le tanto sbandierate quote rosa?

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parlamento inglese

Uguaglianza. Una delle parole più belle della lingua italiana. Un termine che, dizionario alla mano, indica una condizione di pari dignità. Ma non ovunque tale status esiste o viene applicato. Soprattutto in certi ambienti di lavoro dove la componente maschile rimane maggioritaria rispetto a quella femminile. E nel tentativo di trovare il giusto equilibrio tra quote rosa e azzurre, dal Regno Unito arriva la proposta di una legge che obblighi i partiti politici a presentare candidati di sesso femminile in almeno il 45% delle circoscrizioni. La proposta arriva da Maria Miller, donna, deputata e membro del partito conservatore britannico.

Ecco che il governo del Regno Unito, guidato da Theresa May, è stato chiamato a risanare oltre che ridisegnare i confini elettorali di una Nazione scesa al 48esimo posto (era 25esima solo nel 1999) nella classifica mondiale per la rappresentanza femminile nei partiti politici. «Circa cento anni fa in Inghilterra veniva eletta la prima donna deputato. Ma è sconvolgente pensare che, ancora oggi, la maggior parte dei seggi è occupata da uomini e che il gentil sesso fa enormemente fatica ad affermarsi in un ambiente, quello politico, estremamente maschilista e chiuso», ha spiegato Maria Miller. Da qui la richiesta a gran voce della deputata di un'azione concreta per vedere, entro il 2020, «un aumento considerevole di donne candidate nelle varie circoscrizioni».

L'attuazione di questa legge, però, secondo un team di esperti, potrebbe essere controproducente. Lo dice a gran voce soprattutto uno studio condotto dalla Fawcett Society. L'indagine ha infatti stabilito come questa proposta potrebbe far diminuire ulteriormente il numero di esponenti politici donne in Parlamento aumentando la probabilità di trovarne in sedi marginali. Lontano quindi da quei luoghi dove il potere decisionale ha un peso specifico nella vita dei liberi cittadini. Insomma un forte scetticismo ruota attorno alla possibilità di vedere, un giorno, una maggiore presenza di 'quote rosa' sedute attorno ai tavoli della politica inglese. «Il governo dovrebbe essere pronto a legiferare per raggiungere la parità tra i candidati, comprese le sanzioni pecuniarie per chi non rispetta queste parità», ha aggiunto la Miller.

E se il Regno Unito si interroga su come incrementare il numero di donne nelle 'camere dei bottoni', cosa succede in Italia? Beh, le cose non sembrano essere troppo positive nemmeno lungo lo Stivale. Analizzando i dati divulgati dalla Camera dei Deputati a novembre 2016 nel dossier numero 116, si capisce come il nostro Paese sia ben lontano da quell'uguaglianza politica tanto dibattuta in Gran Bretagna. Ma per analizzare la situazione italiana si deve partire da un numero. O meglio dal 51esimo posto su 144 Nazioni nel mondo per quanto riguarda la partecipazione femminile alla vita politica e istituzionale. Appena tre posizioni sotto rispetto il governo centrale di Londra, ma ben 10 in meno rispetto allo stesso periodo del 2015.

In generale il dato che emerge è di un 17,7% che indica la presenza delle donne nei Consigli delle Regioni e delle Provincie autonome. Dove la più virtuosa risulta essere l'Emilia Romagna col 34,7% di quote rosa, mentre il bollino nero va alla Basilicata con uno sconsolante 0%. Il dato non migliora nemmeno se ci si sposta nello specifico delle grandi città metropolitane. Secondo i numeri diramati dalla Camera dei Deputati a fine 2016 risultavano eletti 194 consiglieri metropolitani in 10 città, di cui solo 43 erano donne (circa il 22,2% del totale). Numeri, questi, che farebbero andare su tutte le furie Maria Miller. Specialmente quelli legati al nostro governo. Quello Gentiloni, tanto per intenderci.

La XVII legislatura, infatti, conta tra i suoi ministri appena tre appartenenti al gentil sesso: Roberta Pinotti (Difesa), Valeria Fedeli (Istruzione, Università e ricerca), Beatrice Lorenzin (Salute). Numero che aumenta a cinque se si considerano anche i ministri senza portafoglio tra cui figurano anche Anna Finocchiaro(Rapporti con il Parlamento) e Maria Anna Madia (Semplificazione e Pubblica Amministrazione ). Cinque su un totale di 18 poltrone disponibili. La disparità in ambito politico non è quindi un problema tutto Brit, ma anche - e non solo - dell'Italia che negli anni ha sempre parlato di quote rosa senza mai trovare la giusta direzione per aprire di fatto, in maniera definitiva, le porte della politica alle donne.

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