2 Gennaio Gen 2017 1333 02 gennaio 2017

Non chiamatelo mammo

L'equilibrio tra lavoro e vita privata si raggiunge in coppia. Anche dopo l'arrivo di un figlio, che dà più competenze di un master. Ma i genitori (e le aziende) devono superare i vecchi stereotipi.

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Mamma a casa, papà al lavoro. In Italia la maggior parte delle coppie si organizza in questo modo, ma qualcosa sta cambiando. Se è vero che secondo i dati Istat nel nostro Paese lavora meno di una donna su due (il 48,2%), nel 2016 c'è stato comunque un incremento dello 0,9% rispetto all'anno precedente. E, secondo recenti studi, la percentuale di donne occupate è destinata a crescere ulteriormente in futuro. Ma come conciliare lavoro e famiglia in un Paese, l'Italia il cui il welfare latita? In Francia, ad esempio, le mamme possono usufruire dell'ostetrica gratis a domicilio. Da noi no. L’unica soluzione è allora risolvere la questione in famiglia, cioè ripensando i ruoli tradizionali della coppia e un nuovo equilibro tra i generi. Il trend positivo da (in)seguire è questo: le donne devono conquistare più spazio nel mondo del lavoro, gli uomini devono farlo a casa.

STEREOTIPI DURI A MORIRE
I papà del futuro non sono quelli che escono la mattina e tornano la sera e al massimo stanno con i figli il sabato pomeriggio.

Sono papà 'nuovi', con un ruolo diverso, con un’identità che rivoluziona i vecchi stereotipi. Che però sono davvero duri a morire. Manuela Naldini ha svolto una ricerca su 25 coppie di genitori, entrambi laureati e lavoratori, raccontata poi nel libro La transizione alla genitorialità (ed. Il Mulino). Secondo questa ricerca, prima di diventare genitori uomo e donna si considerano, tra loro, alla pari, dividendosi lavori di casa e spese. Tutto cambia però con la nascita del primo figlio: la donna diventa 'solo' una mamma, con tutto ciò che questo può comportare in Italia, dove il 30% delle neomamme perde il lavoro. O comunque guadagna meno di prima, perché passa (quando può) al part time, per dedicare più tempo al neonato. E, così, la coppia perde quell'equilibrio iniziale.

OBIETTIVO WORK-LIFE BALANCE
Se il carico di cura di figli e casa fosse diviso equamente tra mamma e papà, gli uomini acquisirebbero nuova forza e identità paterna, mentre le donne, più libere, avrebbero più tempo per lavorare. Il work-life balance, ovvero l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, non si raggiunge 'in solitaria': uomini e donne devono collaborare sia dentro che fuori le mura domestiche. Cedere spazio ai papà nella gestione dei figli migliorerebbe anche l’immagine che oggi hanno le aziende delle mamme lavoratrici. Considerate le uniche depositarie della cura dei più piccoli, le donne partono infatti svantaggiate già al momento dell’assunzione: i capi sanno che saranno loro a prendere giorni di malattia se il bambino starà male o a chiedere una riduzione di orario per il primo anno di vita dei figli. Anche per questo, a parità di impiego le donne in Italia guadagnano in media il 12% in meno (con picchi fino al 25%) dei colleghi uomini. Senza considerare 'pratiche' da censurare come dimissioni in bianco e mobbing post-maternità. Tutto questo perché la gravidanza (e tutto quello che viene dopo) è considerata ancora un problema dall'azienda.

Riccarda Zezza.

UN FIGLIO COME UN MASTER
C’è invece una realtà che punta tutto sulle competenze che madri (e padri) acquisiscono crescendo un figlio. «Credo sia necessario che le donne concedano terreno in casa ai partner e conquistino spazio al lavoro: dobbiamo trovare un nuovo bilanciamento», spiega Riccarda Zezza, fondatrice di Maam (Maternity as a master) e prima ancora di Piano C a Milano, il primo coworking con spazio baby in Italia. Maam è un corso che mostra ai dipendenti delle aziende come quanto sarebbe portare le competenze necessarie alla cura dei figli sul lavoro: autorevolezza, intensità di relazione, investimento continuo sull'altro, capacità di ascolto, strategie motivazionali. Insomma, perché le aziende investono in contesti artificiali dove i manager possono esercitarsi alla leadership, quando la maggior parte di loro ha già una palestra di provata efficacia in casa propria? Perché le aziende perdono il capitale umano costituito dalle donne che abbandonano il lavoro dopo i figli, proprio nel momento in cui diventano più competenti? Perché in Italia siamo legati allo stereotipo mamma a casa e papà al lavoro. «Sarebbe bello se gli uomini avessero più consapevolezza della paternità e non partissero dall'idea di fare il 'mammo'. Avere più responsabilità a casa con i figli è un vantaggio per gli uomini: sviluppano soft skills necessarie per fare carriera e dall’altra parte possono portare a casa una loro visione di organizzazione acquisita sul lavoro che potrebbe fare bene alla famiglia», continua Zezza.

Vincenzo Gallico.

GENITORI INTERCAMBIABILI
In questo senso, la storia di Vincenzo Gallico, che non rinuncerebbe alla sua (nuova) identità paterna, è esemplare. Per lui, che ha vissuto dieci anni in Germania, condividere il carico di cura dei figli con la compagna non è una rivoluzione, ma il futuro delle coppie italiane ed europee. «L’idea che l’uomo porta la pagnotta a casa mentre la donna gestisce il focolare domestico è vecchia. Ho fatto il corso pre-parto, ho partecipato a tutte le visite prenatali. Da quando è nato mio figlio Nico credo che il 90% delle volte sia stato io a preparargli da mangiare. Tutte le mattine lo accompagno io al nido e due volte a settimana vado a prenderlo. Altre due va la babysitter e una volta la mamma». Tutto comunque dipende dal carico di lavoro dei genitori, spiega a LetteraDonna Vincenzo, aggiungendo che, nel suo caso, mamma e papà sono 'intercambiabili': «Non si tratta di collaborare ad una pianificazione che gestisce la mamma, si tratta di fare il genitore per come voglio essere io. È fantastico che non ci sia una divisione di genere dei ruoli. Per me cambiare un pannolino è una cosa normalissima. E non bisognerebbe nemmeno dire 'Che bravo papà!' perché a nessuno verrebbe in mente di dire 'Che brava mamma!'».

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