23 Dicembre Dic 2016 1000 23 dicembre 2016

«Mamme contro l'Isis»

La sociologa Edit Schlaffer è sicura. Per fermare il terrorismo bisogna coinvolgere le donne. Dal 2002 così insegna alle famiglie come «leggere i segnali di una possibile radicalizzazione nei figli».

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Schlaffer-Portraet

Conoscono ogni cosa. Sanno quanto latte mettere nel caffè la mattina e come rimboccare le coperte la sera. Ascoltano i silenzi e li sanno decifrare. Scrutano gli sguardi e comprendono, quasi sempre, ciò che si cela dietro l’espressione di un volto. Si infilano nei pensieri e provano a interpretarne i significati. Con una carezza asciugano le lacrime e con una parola cancellano il dolore e la sofferenza. Del resto, secondo il profeta Maometto, il Paradiso giace sotto i piedi delle madri. E sono proprio loro, eroine del quotidiano, che fin dal primo battito di vita rappresentano le custodi fedeli della personalità dei propri figli.
Eppure non sempre riescono a controllare tutte le azioni di quei bambini che, giorno dopo giorno, crescono con un loro preciso carattere. Nelle anime di ogni essere umano esistono infatti luoghi inesplorati e sentieri non ancora battuti. Mondi paralleli dove la solitudine di una generazione viene colmata dalla rabbia e dall’ideologia. E così, può capitare che una mattina qualunque, il bambino vivace che passava i suoi pomeriggi a giocare con i Lego, imbracci un kalashnikov e decida della vita e della morte degli altri premendo semplicemebte il grilletto.
Il dolore impresso negli occhi. L’orrore di non aver capito nulla. L’angoscia di aver perso ogni cosa. Sono queste le madri dei terroristi: donne quasi sempre inconsapevoli, frastornate dagli eventi. Attonite.
Edit Schlaffer, sociologa, scrittrice e attivista viennese, nel 2002 ha fondato Women without borders (in tedesco Frauen Ohne Grenzen), una Ong di difesa e di ricerca rivolta alle donne di tutto il mondo. «Women without borders riunisce donne coraggiose e determinate, ma soprattutto sensibilizza le madri attraverso la testimonianza di altre donne. Cerchiamo di insegnare alle famiglie come riconoscere i primi segnali di una possibile radicalizzazione», spiega la fondatrice. Da qui è nato Mother Schools, un progetto che promuove il dialogo tra madri e fornisce uno strumento fondamentale per il futuro: la prevenzione.

DOMANDA: Signora Schlaffer, come è nata l’idea di questa organizzazione?
RISPOSTA: Nel corso degli anni, anche grazie al mio lavoro, sono entrata a contatto con molte situazioni diverse. Ho inziato un percorso di dialogo che mi hanno portato a intervistare madri di terroristi o di estremisti. Ho parlato con donne che hanno perso figli in tante circostanze. Una volta parlai anche con la madre di uno dei terroristi coinvolti nell’11 settembre. Ciò che ho potuto capire era che queste donne non fossero al corrente delle azioni dei loro figli.
D: Come le sembravano?
R: Inorridite, sconvolte. Ma, nonostante tutto, continuavano ad amarli. È normale. Quando ho guardato queste mamme ho pensato che la loro voce fosse una testimonianza importantissima. Così le ho iniziate a vedere come delle risorse.
D: In che modo?
R: Sarebbero state delle alleate per garantire la sicurezza nazionale. Queste donne sarebbero state in grado di insegnare ad altre madri a prevenire, a prestare attenzione a qualche comportamento particolare, ma anche, e soprattutto, a riprendersi i propri figli, ad esempio attraverso un percorso di riabilitazione. Ritengo sia importante allargare il concetto di sicurezza alla società e non solo alla politica o alla difesa militare.
D: Qual è il contributo fondamentale di una donna nella lotta al terrorismo?
R: Aver creato Mother Schools era necessario perché nell’architettura della sicurezza, le donne sono i palazzi che mancano. Ma loro sono anche quelle che meglio sanno respingere le ideologie estremiste, dato che hanno una grande influenza, in modo particolare verso i giovani. Questi ragazzi, estremisti, sono nostri figli, vivono nelle nostre case. Se si vuole attuare un vero piano di prevenzione è necessario coinvolgere le madri.

D: Ci spiega che cos’è Mother Schools?
R: È un progetto che consente alle donne di assumere un ruolo attivo nella salvaguardia delle loro famiglie contro la minaccia dell’estremismo violento. È un’offerta formativa che propone ai genitori gli strumenti necessari per riconoscere i primi segnali di un’anomalia legata all’estremismo e alla violenza. Ma soprattutto insegna a reagire. Le madri di terroristi diventano una cassa di risonanza e offrono alternative che favoriscono lo sviluppo positivo dei ragazzi e la resilienza. Questo approccio innovativo alla sicurezza fornisce alle madri competenze per intervenire nel luogo più importante: nelle loro case e nelle comunità.
D: Qual è l’obiettivo?
R: Ci piacerebbe promuovere il concetto di Mother Schools su scala globale. Molto spesso però, alcune persone che sentono questo termine per la prima volta si sentono a disagio.
D: Perché, secondo lei?
R: Perché è ben radicata l’idea che o si è una donna emancipata oppure si è una mamma. Per la società sono due compartimenti ancora ben separati. Io penso che questo sia completamente sbagliato e non sto parlando solo degli aspetti biologici ma anche dei valori che comprendono l’essere mamma, ovvero essere amorevole, protettiva. Mothering è questo. Essere parte di un obiettivo che protegge e salva il mondo, e riguarda tutti. Anche gli uomini. Dobbiamo ridefinire il termine maternità. Non è per nulla un termine conservatore, è qualcosa di profondamente progressivo.
D: Da dove vengono le donne che fanno parte di Women without borders?
R: Da ogni parte del mondo. Ma in particolare da Paesi che attraversano crisi o periodi di transizione. Lavoriamo in India, nella regione del Kashmir, in Pakistan, Indonesia, Nigeria ma anche qui in Europa, perché anche il nostro continente vive una profonda crisi identitaria. Cerchiamo di portare il lavoro che facciamo ovunque anche qui, in Europa, nel luogo da dove veniamo. Questo è uno dei nostri obiettivi.
D: Qui in Europa dove lavorate?
R: Siamo in Inghilterra, dove è iniziata la nostra campagna Push it back, lavoriamo in Belgio, in Austria e presto anche nei Balcani. Qui, le donne stanno giocando un ruolo di guida molto importante.

D: Dopo la strage di Nizza qual è stato il suo primo pensiero?
R: Ho pensato subito alle famiglie, a chi ha perso i propri figli e al trauma inimmaginabile che si è costretti a vivere dopo episodi di questo genere. Per i terroristi la vita non assume nessun valore, né la propria, né quella degli altri. È questo ciò che rende questo tipo di attacco spaventoso. Penso che continueranno ad attaccarci e questo è molto pericoloso perché a definirci un target è la nostra società e i nostri sistemi democratici.
D: Vede qualche soluzione?
R: Credo si dovrebbe investire tutte le risorse possibili nell’aiutare questi ragazzi, nel ripulire le banlieux, dove questi giovani vivono isolati, allontanati dalla società. Bisognerebbe dar loro mezzi e possibilità, in modo da farli sentire parte della nostra democrazia, della nostra società. Dobbiamo scrivere la parola fine a questa segregazione e questo isolamento. Abbiamo fatto in modo che tutto questo accadesse per troppo tempo.
D: Qual è il compito più complicato per queste madri?
R: Tenere i loro figli fuori da questi meccanismi, perché i ragazzi di 15 o 16 anni sono influenzati e influenzabili dal mondo che li circonda e che frequentano.
D: E invece, che cos’è il Save Project (Sisters against violent extremism)?
R: Una sorellanza mondiale, ma soprattutto un progetto di pace. È nato nel 2008 ed è la prima piattaforma antiterroristica del mondo. Anche questa iniziativa riunisce un ampio spettro di donne determinate a creare un fronte unito contro l’estremismo e che lotta contro la crescita del terrorismo globale. Ma soprattutto invia un messaggio forte in tutto il mondo: la società civile tutta può e deve essere in prima linea contro le ideologie violente.
D: Quindi, questa, è principalmente una rivoluzione femminista?
R: Penso proprio di sì. Ricorda cos’ha detto il Premier canadese? Ha dichiarato di essere un orgoglioso femminista. Sono invece molto felice dell’ascesa di Theresa May come primo ministro in Inghilterra, una donna molto competente. In America invece sono felice che sia candidata una donna come Hillary Clinton, estremamente intelligente e con tante capacità. Penso che entreremo in una decade interessante, stiamo assistendo al cambiamento.
D: L’Europa è un continente per donne?
R: Sì, credo profondamente nel progetto europeo. Ripeto: molte leader europee stanno emergendo e stanno mantenendo buoni ruoli di leadership. Sono molto speranzosa. Sono stata a Roma, qualche giorno fa: la Presidente della Camera, da voi, è una donna. La signora Boldrini è una voce forte, è determinata e sono stata piacevolmente colpita da lei. Queste donne mostreranno buone competenze di leadership e sarà aria nuova per le società.

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