18 Ottobre Ott 2016 1810 18 ottobre 2016

Italia chiama Etiopia

Il Paese africano è in stato di emergenza. Per capire meglio la situazione abbiamo raccolto alcune testimonianze tra Milano e Addis Abeba. Ecco cosa abbiamo scoperto.

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Etiopia

Vietato usare i social network. Vietato manifestare o fare gesti politici senza permesso. Non si può nemmeno entrare negli edifici pubblici, fra le 18 e le 6 del mattino, perché c'è il coprifuoco. E ancora, i diplomatici non si possono allontanare per più di quaranta chilometri dalla capitale Addis Abeba. È questa la situazione in Etiopia, dove, dal 9 ottobre, il governo del Fronte democratico rivoluzionario del popolo Etiope (Eprdf) ha dichiarato lo stato d'emergenza. L'obiettivo è quello di arginare le proteste anti-governative che da mesi percorrono il Paese e in cui hanno perso la vita più di 500 persone.

«CI AFFIDIAMO AL PASSAPAROLA»
Ad Addis Abeba, abbiamo parlato con una fisioterapista italiana di 23 anni, in Etiopia come volontaria da sei mesi, che vuole rimanere anonima. «Le informazioni che abbiamo sono troppo frammentate. Quello che è certo è che qui nella capitale è tutto tranquillo, a parte il network bloccato», ci racconta. Le informazioni così, in città, si ottengono solo con il passaparola «che non sappiamo mai quanto sia veritiero». Ma affidarsi ai mezzi di comunicazione tradizionali è ancora più difficile, perché «i telegiornali, chiaramente, non dicono nulla» e sono controllati dal regime. Lo stato d'emergenza, fra le altre restrizioni, tocca anche l'informazione: non possono essere diffuse le notizie dai media indipendenti Ethiopian Satellite Radio e Television e Oromo Media Network che hanno sede negli Usa. Gli scontri fra dissidenti e forze governative, negli ultimi dieci giorni, sono diminuiti. Da Addis Abeba ci dicono che «qualche settimana fa dei dimostranti hanno incendiato dei negozi del governo e hanno tirato dei sassi nelle vetrine, ma poi è finito tutto». La situazione è più complicata nell'Oromia «dove ci sono state molte manifestazioni che poi si sono comunque fermate». Da quando le comunicazioni sono sotto controllo e la polizia può fermare e perquisire liberamente qualsiasi sospetto, i dissidenti hanno smesso di protestare. In città, intanto, «si va in giro in macchina e con i mezzi pubblici senza problemi», i negozi sono aperti, la paura non si percepisce perché la rete dei social è bloccata e i cellulari vanno a intermittenza.

NAGASH E I PARENTI LONTANI
In Italia, le comunità etiopi hanno paura di parlare oppure non conoscono bene la situazione perché le informazioni che ricevono dai parenti che abitando ancora in Africa sono poche e frammentate. «Parte della mia famiglia vive ancora in Etiopia», racconta a LetteraDonna Nagash, la proprietaria del ristorante di cucina etiope Selam, a Milano dal 1980. «Sono scappata dalla guerra e ho fatto un lungo viaggio prima di arrivare dove sono oggi. Ma non dimentico il mio Paese», racconta la donna che, per arrivare in Italia, è passata dal Sudan. Alle sue spalle ci sono conflitti e un Paese dove le donne vengono date in spose giovanissime, a circa 12 anni, oppure dove vengono rapite, per diventare poi schiave o merce di scambio nella tratta di esseri umani. «Da quando sono in Italia, ho sempre fatto dei lavoretti», spiega Nagash, «poi abbiamo avuto l'idea con mio marito di aprire un ristorante etiope. Io ho portato la mia esperienza, perché a casa cucinavo e conoscevo bene le ricette. Ancora oggi do una mano in cucina e abbiamo coinvolto tutti, anche i figli». Il ristorante, che ha aperto nel 2000, «è diventato un punto d'integrazione grazie al cibo. Ci vengono tanti africani ma anche italiani e abbiamo ospiti da diversi Paesi. Io qui sto bene, come donna». Il pensiero di Nagash, però, va subito ai suoi parenti che vivono al Nord dell'Etiopia, nella zona del Tigrè, dove abitano gli etiopi di etnia tigrina, come lei: «Di loro non so quasi nulla, tutto quello che riesco a sapere lo sento qui in Italia, ai telegiornali. Quel poco che mi hanno detto che è tutto tranquillo per ora, che il vero problema sta ad Addis Abeba e nei dintorni della città», spiega. Anche lei sa quanto sia difficile comunicare per chi si trova dall'altra parte:«Sono io che ogni tanto do informazioni a loro, non loro che ne danno a me. Ma sto tranquilla, ho la tivù e Internet qua, mi informo così».

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