13 Ottobre Ott 2016 1730 13 ottobre 2016

Professione chirurgo

In Italia più del 40% è donna, ma solo l'1% ha un ruolo di vertice. Women in Surgery ha realizzato uno studio su una professione considerata «maschile». Intervista alla responsabile.

  • ...
donne chirurgo

A sinistra Isabella Frigerio e a destra Gaya Spolverato, ideatrici di Women in Surgery Italia.


Il test d'ingresso a Medicina, gli esami, le specializzazioni e i tanti sacrifici.
Poi il titolo, quello di «chirurgo», con camice, mascherina e bisturi. E turni lunghi, difficili. La vita divisa tra casa e ospedale, con poco tempo per la famiglia, soprattutto per chi è donna e decide di intraprendere questa professione. Nel nostro Paese, la prima a parlare del mondo della chirurgia al femminile, è l'associazione Women in Surgery Italia che ha realizzato l'unico questionario nazionale sul tema, intervistando 167 chirurghi, per il 62.3% donne e per il 37,7% uomini. Il 64,2% di chi ha risposto alle domande pensa che essere una dottoressa rappresenti un ostacolo per l'avanzamento della carriera. Il desiderio di avere figli e il congedo per maternità diventano una barriera per un'eventuale promozione. Lo dicono anche i numeri: in Italia più del 40% dei chirurghi è donna, ma la percentuale crolla intorno all’1% se si va a guardare quante di loro ricoprono un ruolo di vertice. Negli ospedali mancano gli asili nido. E alcuni medici faticano a nominare le colleghe per posizioni importanti: «Hanno paura di ritrovarsi senza personale, se queste un giorno sceglieranno di avere figli», ci ha raccontato Isabella Frigerio, chirurgo pancreatico di Peschiera del Garda e responsabile dell'associazione.


DOMANDA: Da dove viene l’idea di fondare Women in Surgery Italia? E di cosa vi occupate?
RISPOSTA: Tutto è cominciato per caso. Un giorno, dopo un’operazione particolarmente difficile, abbiamo alzato lo sguardo e ci siamo rese conto che in sala operatoria eravamo tutte donne. Abbiamo capito che, insomma, potevamo farcela anche noi. La data ce la siamo segnate sul calendario: 15 ottobre 2015. Insieme a me, nel ruolo di responsabile, c’è una specializzanda della scuola di Verona, Gaya Spolverato. Il bello è che quando ci siamo messe a cercare su Google e abbiamo digitato «chirurgia femminile», uscivano solo immagini di seni rifatti. Invece, se si fa questa ricerca fuori dall’Italia, la letteratura in materia è vastissima, dal Giappone agli Usa. Così abbiamo deciso di fare un tentativo.
D: Fra dieci anni più del 50% dei chirurghi sarà donna. Per voi è necessario dotare le strutture ospedaliere di asili nido e assistenza alle mamme. Ma pochi ospedali, per il momento, offrono questi servizi. Perché?
R: Il cambiamento nelle proporzioni è in corso ora, quindi gli effetti si vedranno fra cinque o dieci anni. Al momento la presenza di mamme che svolgono la professione di chirurgo è bassa, quindi non c’è grande richiesta di servizi tipo gli asili nido. Avere una struttura del genere sul posto di lavoro, in ospedale, è considerato un lusso. Il problema è che fra pochi anni diventerà una necessità reale perché le scuole di specializzazione oggi sono frequentate al 50% da uomini e al 50% da donne. Noi abbiamo la grande fortuna di poter prevedere questo e di mettere in atto le misure per fare in modo che il cambiamento non sia traumatico.
D: Dalla vostra indagine, emerge che il 34% delle dottoresse ha subito discriminazione di genere. Ci sono delle fasi dei loro percorsi in cui gli episodi di questo tipo si verificano più spesso?
R: Il problema c’è, ed emerge in varie fasi. In particolare, in quella della scuola di specializzazione e in quella dell’attività professionale. Durante la specializzazione, le ragazze hanno dai 26 ai 31 anni e attraversano dunque quella fase in cui si definisce anche la loro vita privata oltre che la loro carriera. Spesso le due cose contrastano. Da qualche anno, nelle scuole è stata introdotta la tutela della gravidanza così da permettere a chi lo vuole, di poter avere un figlio e al contempo di poter tornare agli studi e alla pratica senza pressioni. Questo è stato un passo importantissimo, ma non basta. C’è ancora ostilità da parte del personale medico su questi temi. I primari o i capi reparto, alcune volte, si sentono in difficoltà nello scegliere una donna, seppur meritevole, per una posizione importante. Sanno che poi, se rimarrà incinta, nella maggior parte dei casi, non ci sarà la sostituzione di maternità e allora l’equipe o lo staff rimarranno senza un elemento. E stiamo parlando di un sistema di tutele che prevede fino a un anno e sei mei di assenza dal posto di lavoro. È anche troppo. Poi, certo, ci sono i casi – pochi – in cui si riesce ad ammortizzarlo e a non lasciare le equipe senza un membro per così tanto tempo. Ma questo sistema fa sì che ci sia un condizionamento implicito.
D: E la paternità?
R: Molti la vorrebbero, anche perché ad oggi si parla di solo uno o due giorni. Nella nostra indagine il 93% degli intervistati ha dichiarato che ne usufruirebbe. Ma poi, numeri alla mano, solo il 6% l’ha richiesta quando previsto. Purtroppo l’Italia è ancora una società in cui si pensa che la gestione della casa e della famiglia siano prerogative esclusive della donna.
D: Vita privata e lavoro. Come fa una donna chirurgo a conciliarle?
R: È difficile. Però bisogna anche considerare che chi sceglie questa strada sa benissimo cosa implica la sua decisione. Hai fatto 12 anni di formazione, non fai un percorso del genere se hai come progetto di stare a casa all’arrivo del primo figlio.
D: E una giovane che si affaccia alla professione, oggi, le conosce tutte queste difficoltà, secondo lei?
R: Sì, sai tutto prima. È un mestiere da uomini, ti dicono. Poi arriva la tipica domanda: chi si occuperà dei figli?
D: Queste considerazioni si fanno perché fino a pochi anni fa il mestiere del chirurgo si pensava solo declinato al maschile.
R: Sì, e ci sono ancora delle riserve. Ci si chiede se una donna potrà reggere 12 ore di intervento o se avrà la stabilità psicologica necessaria per prendere decisioni importanti e in fretta, soprattutto quando avrà davanti un paziente e si tratterà di vita o di morte. Ma ci sono molti studi che dimostrano che ne siamo capaci e provano che avere una donna in un team aiuta a raggiungere migliori risultati. Sappiamo che quando iniziamo questo percorso ci troveremo davanti a un lavoro totalizzante, che non conosce orari. Chiunque fa questa scelta sa perfettamente che ci sono delle premesse.
D: Molte donne che scelgono questa professione, però, rinunciano ad avere più di un figlio, per mancanza di tempo. Questo nell’Italia travolta dalle polemiche sul Fertility Day del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Lei cosa ne pensa?
R: È la punta dell’iceberg. Quello del calo della natalità in Italia è solo la spia di un problema più profondo. Senza entrare nel merito di come la campagna sia stata fatta e di tutti gli errori, bisogna ricordare i motivi per cui i figli non si fanno: c’è chi non li vuole proprio e poi c’è chi li vorrebbe, ma non si può permettere di mantenerli. Partiamo da questo, senza dire altre banalità.
D: Per le mamme chirurgo voi chiedete più sostegno alle strutture ospedaliere. Ma in questo momento le indiscrezioni parlano di grossi tagli al bilancio sulla Sanità (dei due miliardi promessi dal governo, pare che ne verranno resi disponibili solo 500 milioni). Un’utopia?
R: Nel momento in cui ci saranno i tagli, i progetti come il nido saranno i primi a saltare. È già considerato un lusso, perciò il sistema non ci pensa nemmeno a inserirlo nel suo meccanismo. Credo che non ci sarà neanche la voce quando si taglierà, perché già ora non lo si ritiene importante. Il problema è che non è mai stato preso in considerazione, né nelle strutture pubbliche né in quelle private. Quando, e se mai, ci sarà una maggiore prosperità economica del sistema, allora se ne riparlerà.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso