28 Settembre Set 2016 0900 28 settembre 2016

Anche le trans votano Trump

Chi è Jennifer Williams, la donna che vuole cambiare l'atteggiamento dei repubblicani nei confronti delle minoranze. Ora spera che Trump intraprenda una strada non più all'insegna dell'odio.

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jennifer

C'era anche una transessuale tra i vari delegati della convention repubblicana di Cleveland che ha ratificato la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca. Lei si chiama Jennifer Williams e sapeva che qualcuno tra i presenti avrebbe potuto criticarla. Il partito repubblicano non è certo dominato da ideali di inclusione nei confronti delle minoranze. Anzi. Eppure questa donna non ha mai nascosto la propria fede per il movimento che ha visto trionfare nelle primarie il controverso Trump. «So che all'interno del mio stesso partito non vengo vista di buon occhio. Sento la diffidenza intorno a me da parte dei miei colleghi», ha spiegato l'unica delegata transgender della storia repubblicana.

UNA STRANA EPIFANIA
Nata come maschio in una famiglia di veterani militari, sin da piccola Jennifer si sentiva diversa da quelli intorno a lei. Nonostante si sforzasse di comprendere, non riusciva a capire che cosa ci fosse in lei che non andava. «Non ho mai avuto alcun sostegno. Nessuno sembrava capire che cosa stessi passando». Solo con la maturità iniziò a sospettare di essere una donna imprigionata in un corpo maschile. Da quel momento Jennifer ha iniziato un personale travaglio interiore. Da una parte voleva raccontare al mondo quella sua epifania, dall'altra temeva di essere vittima di bullismo da parte dei suoi compagni di liceo. Una paura che l'ha accompagnata anche al di fuori dell'ambiente scolastico. Da qui una vita infelice. O per lo meno un'esistenza che non sentiva essere completa. Questo almeno sino al 2008 quando ha deciso di svelare alla sua famiglia di essere transgender. Da allora una lunga e sofferta transizione che l'ha portata a trovare la sua strada e ad assumere l'aspetto attuale. Quello di una donna a tutti gli effetti.

LA SVOLTA POLITICA
Per molto tempo, Jennifer era stata l'unica repubblicana della sua famiglia. E quando ha iniziato la sua transizione, visto anche l'ostracismo del partito di Trump nei confronti dei 'diversi', si è chiesta se fosse giusto continuare a farne parte. Una domanda lecita che ha trovato presto una risposta nel suo cuore. «Sarebbe un errore allontanarci dalla nostra fede politica. Anzi ritengo che il nostro aiuto potrebbe essere fondamentale per cambiare alcune cose del nostro partito», ha spiegato. Proprio la questione dei diritti Lgbt è il settore in cui Jennifer si trova più in disaccordo con i repubblicani. «Se si vuole sostenere la libertà dei singoli individui, si dovrebbe essere coerente e farlo sempre e ovunque. Trovo assurdo che si discuta sulla liberalizzazione o meno delle armi ma non della libertà delle persone di poter liberamente esprimere la loro identità di genere».

LE MAGGIORI PREOCCUPAZIONI
Ecco perché Jennifer si dice preoccupata per la scelta del partito repubblicano di affiancare a Trump il governatore dell'Indiana Mike Pence, conosciuto negli Usa e nel mondo per un disegno di legge sulla libertà religiosa che alcuni hanno visto come anti-gay. Nonostante lei sia d'accordo con Pence su diverse questioni teme che il governatore sia una figura tropo estrema per andare a governare. Anche per questo ha deciso di non lasciare il partito repubblicano nel tentativo di migliorarlo e portarlo su una strada (e scusate il gioco di parole) più democratica. Il tutto senza rinunciare alla propria vita che la vede genitore ma anche regista e scrittrice.

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