2 Settembre Set 2016 1814 02 settembre 2016

Mi curo con lo shopping

Alla fine dell'estate i negozi si riempiono: una tendenza in risposta allo stress da rientro che sembra appagarci. Ma oltrepassare il limite è molto facile: analisi e consigli di tre esperte.

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Woman sitting legs crossed on red couch with shopping bags

La valigia è poggiata all’ingresso. Tutto da disfare, tutto da rifare. La casa sembra più scura, eppure le finestre sono aperte e fuori c’è il sole.
La sveglia, martellante, ricorda il ritorno alla normalità, che per alcuni non è mai semplice. È un malessere che appesantisce le giornate: si insinua negli scaffali della libreria, tra i mobili della cucina, nell’armadio. La chiamano Holidays Blues, la depressione da rientro, un disagio fortemente legato alla ripresa della routine, che si manifesta in concomitanza con il repentino ritorno alla normalità dopo una vacanza. Tutto si ripresenta com’era e le difficoltà che si erano nascoste sotto al tappeto prima della partenza, improvvisamente riemergono.
In risposta allo stress da rientro, sono in molti a scegliere l’acquisto: scarpe, vestiti, accessori. Al termine delle vacanze, infatti, le spiagge si svuotano e si riempiono i negozi, che registrerebbero così un aumento degli incassi.
«Quando i livelli di ansia si alzano, in modo inconsapevole, ci si tranquillizza seguendo questa liturgia che ci calma», spiega a LetteraDonna Marcella Bassan, psicologa e psicoterapeuta. «Fare acquisti di qualsiasi genere rappresenta, per alcuni soggetti, una sorta di gratificazione, una scelta per allontanare paura e preoccupazione. Per non sentire forti emozioni negative, spesso legate a stati ansiosi, si cerca una distrazione che però diviene così un compenso e non la risoluzione del problema: in questo senso si può parlare di acquisto compulsivo».

LA SHOPPING THERAPY PERÒ NON BASTA
Agli acquisti si dedicano tempo, spazio e denaro: la continua richiesta, le numerose occasioni d’acquisto, l’abbondanza dei prodotti hanno trasformato lo shopping in una delle principali attività del tempo libero, cui viene attribuito persino un significato terapeutico. Ma la retail therapy (shopping therapy, ndr) esiste veramente? Secondo Bassan, sicuramente non si può parlare di un trattamento esclusivo: «Spesso lo consiglio, come ausilio, come faccio con l’attività fisica, a seconda delle esigenze e degli obiettivi di vita dei miei pazienti». La terapeuta, infatti, lo suggerisce, in modo lineare e coerente al tipo di disturbo, a persone in cura che devono ritrovare benessere fisico ed estetico dopo momenti di trascuratezza generale, a soggetti depressi, o a chi ha forme di fobia sociale, quando ci si può accertare che quell’attività non diventi ossessiva e che serva a far vincere la paura del confronto e del giudizio. «Da sola, la Shopping threapy, non esiste», conferma la dottoressa.

COMPRARE PUÒ DIVENTARE PERICOLOSO
Ma attenzione: questa pratica può diventare pericolosa. «Quando è l’unica soddisfazione personale, indispensabile per il nostro umore, ed è fatta senza contegno è un campanello d’allarme: siamo alla ricerca di altro, che non abbiamo, e che compensiamo in questo modo».

SCONSIGLIATO A CHI SOFFRE DI DIPENDENZA
Per questo la gratificazione legata agli acquisti deve essere misurata, decisa e programmata sulla base di un «premio», un compenso momentaneo, che ciascuno decide di darsi dopo il raggiungimento di un qualsiasi obiettivo e che non sostituisca altre mancanze.
«Sconsiglio fortemente questo tipo di pratica a chi soffre di dipendenza (da gioco o da sostanze, ndr) perché è più facile, in quei casi, sfociare in una compulsione; devono prestare particolare attenzione anche chi presenta disturbi d’ansia, perché devono imparare a gestire gli stati emotivi e non a sublimare le loro difficoltà con altro», continua Bassan.

LO SHOPPING COME FENOMENO SOCIALE
Dal punto di vista sociologico, invece, l’azione di consumo ha molteplici significati ed è sempre connaturata all’economia di mercato. Secondo Ilenya Camozzi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’università degli Studi di Milano Bicocca, uno è particolarmente rilevante: «Il consumo rinvia alla questione dell’inclusione sociale». Gli acquisti di fine vacanza costituiscono un rito di passaggio che sottolinea, annualmente, la riaffermazione di un ruolo sociale, ovvero quello dell’individuo che lavora.
«Ottenere cose nuove, poi, fa crescere l’immagine di sé: è una sorta di prolungamento dell’Io» aggiunge Roberta Sassatelli, professoressa di Sociologia generale e dei consumi alla Statale di Milano, «L’acquisto accresce l’identità soggettiva, perché l’azione del comprare indica anche un momento di progettualità positiva del consumo: le vacanze sono finite e l’acquisto ha il compito di far ripartire questa progettualità».

COMPRARE PER SENTIRSI PARTE DI UN GRUPPO
La professoressa Camozzi sostiene che nelle società post-fordiste, a capitalismo avanzato, il consumo abbia assunto tratti rilevanti, travolgendo il legame tra consumo e appartenenza di classe: «Oggi, tutti noi consumiamo intensamente al di là dei nostri ceti per molte ragioni, non solo per affermare uno status, ma per sentirci parte di un gruppo, per esigenze estetiche, per rivendicare un diritto, ma soprattutto per auto-legittimarci come soggetti». Per dare un significato a ciò che ci circonda.

A COSA SERVONO TANTI BENI?
Secondo la professoressa Sassatelli, i beni assolvono a funzioni specifiche, che non riguardano soltanto noi ma anche gli altri, e sono spesso legati a feste e a tradizioni, coincidendo con i dati economici: «Esistono momenti, come le festività o la fine delle vacanze, in cui i picchi d’acquisto sono più che normali: molto è legato alla celebrazione della persona, ai cicli della moda o dei ritmi in cui la società dei consumi, nata in Occidente ma ora sempre più globale, è immersa». Sassatelli aggiunge che «la disponibilità di credito al consumo, quindi l'uso di carte di credito, di finanziamenti, fa sì che non ci renda pienamente conto della disponibilità di budget, il che incentiva un certo tipo di comportamento che non è dei più razionali da un punto di vista economico».

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