8 Agosto Ago 2016 1721 08 agosto 2016

Un calcio ai pregiudizi

Si chiamano Iron Ladies, sono di Genova e formano la prima squadra trans d'Italia. LetteraDonna ha intervistato Sara Hermanns, capitano e ideatrice del progetto.

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Erano gli apostoli di Don Gallo e ora si sono messe in campo, loro stesse e letteralmente, per lanciare un messaggio chiaro a tutta Italia. La transessualità non è sinonimo di malattia. Così è nata a Genova la prima squadra di calcio trans. Un po' per caso, un po' per passione. A crederci non solo le componenti delle Iron Ladies, questo il nome del team, ma anche Nino Capobianco, organizzatore degli eventi sportivi del Centro Ascolto Disagio, che ha accolto con entusiasmo la proposta di Sara Hermanns, capitano della squadra, e delle altre compagne di gioco. «Il calcio, lo sport nazionale più diffuso, è il modo migliore per far capire che essere transessuali non è qualcosa di sbagliato e che anche loro hanno diritto alle stesse tutele civili degli altri cittadini». Il 4 agosto le Iron Ladies hanno giocato il primo match in un torneo di beneficenza, all'interno del Summer Festival, contro la Nazionale dell'Amicizia, formata da cantanti e attori tra cui Antonio Zequila, il pugile Nino La Rocca e l'attore Niccolò Centioni. Altri incontri sono in programma durante l'estate in giro per l'Italia, dalla Calabria all'Emilia fino alla Campagna. «Abbiamo giocatrici da tutta la penisola», ha raccontato a LetteraDonna Sara Hermanns, ideatrice del progetto.

DOMANDA: Qual è l'obiettivo della vostra squadra di calcio trans?
RISPOSTA: Dalla volontà di diffondere un messaggio di uguaglianza e normalità. Il nostro è un progetto sociale sviluppato, come altri, grazie a Don Gallo, che ha sempre affermato: «L'amore è amore». Per me è stato come un secondo padre. L'idea del calcio ci è poi piaciuta perché è lo sport più diffuso in Italia e quello che da sempre ha un impatto mediatico più forte.
D: Come sono nate effettivamente le Iron Ladies?
R: Eravamo a cena con Marco Pepé, ideatore del Ghost Tour di Genova, e Piero Malatesti, responsabile del Centro Ascolto del Disagio per la Liguria, quando ci è venuta l'idea di fare qualcosa di importante, per i diritti Lgbt, attraverso il calcio. Ecco allora che abbiamo fondato la prima squadra trans in Italia. Abbiamo deciso di intraprendere quest'avventura per dire basta ai tanti tabù che circondano ancora la transessualità nel nostro Paese. Vogliamo che le persone siano più informate su cosa significhi realmente essere transessuale.
D: E cosa significa?
R: Doversi prostituire per guadagnare dei soldi, ad esempio. Significa sentirsi rifiutare il lavoro, come dipendenti, perché sulla carta d'identità c'è scritto un genere diverso da quello a cui ognuna di noi afferma di appartenere. Significa che o ci si mette in proprio, con un'attività di cui si è responsabili, oppure per lavorare bisogna affrontare tanti pregiudizi e tanti no. È una battaglia quotidiana che tante persone ignorano.
D: Negli ultimi anni è cambiato qualcosa in Italia sul tema della transessualità?
R: Passi avanti ne sono stati fatti, ma credo che finché ci sarà bisogno delle associazioni Lgbt, vorrà dire che saremo ancora un Paese omofobo e transfobo.
D: Da chi è composta la squadra? E cosa fate nella vita di tutti i giorni?
R: Io faccio l'attrice in teatro e in televisione, mentre in campo gioco come difensore. Sono anche il capitano della squadra. Valentina, detta Camallo, lavora al porto di Genova ed è il portiere, la nostra numero 1. Brigitta installa videocamere mentre Paola ha due negozi a Caserta. E poi c'è Renè che fa la consulente finanziaria.
D: Cosa volete dire a chi ancora nutre forti pregiudizi nei confronti delle transessuali?
R: Il nostro messaggio è uno solo: normalità. Scendiamo in campo per dire a tutti che siamo persone come tutte le altre e che bisogna dire basta, davvero, ai pregiudizi. Vogliamo farci sentire, vogliamo che la nostra voce venga ascoltata da più italiani possibili. Con il calcio speriamo di farcela.

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