22 Luglio Lug 2016 1344 22 luglio 2016

«Le donne, criminali insospettabili»

«Amo il giornalismo che mostra pezzi di mondo. Siamo tutti attratti dal male». Si chiama Lupi, è il nuovo programma con cui Pablo Trincia racconta temi scottanti, dal narcotraffico e la pedofilia. L'intervista.

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In molti hanno imparato a conoscerlo come una delle Iene. Con i suoi servizi su Italia Uno mostrava la parte più dura del mondo, tra guerre in Siria e criminali giamaicani. Pablo Trincia è un giornalista, un reporter attratto dalle sfide più difficili, dai racconti quasi impossibili. Siamo abituati a vederlo nelle zone più pericolose del mondo, ma per ora ce lo possiamo godere come narratore, come colui che tesse le fila di bellissimi reportage in onda all’interno di Lupi – Limited Access Area, un progetto realizzato da Pesci Combattenti per Discovery Italia, che va in onda ogni domenica sul canale NOVE alle 23.00. Sono storie di trafficanti di droga nell’America Latina, in cui sono coinvolte molte donne, ma anche di pedofilia e di criminalità in Amazzonia. Documentari intensi e ottimamente confezionati, che fanno luce su problemi che Trincia conosce molto bene.

REPORTER POLIGLOTTA
Già perché lui, dopo gli studi alla School of Oriental and African Studies di Londra, si è subito occupato di faccende legate all’Africa, all’Asia e all’America Latina, come collaboratore di diverse testate, anche internazionali. È con Le Iene però che raggiunge la fama, ma soprattutto riesce a sporcarsi le mani con servizi che gli hanno fatto vincere diversi premi giornalistici come quello dedicato a Ilaria Alpi e quello a Marco Luchetta. Parla 11 lingue, tra cui il persiano, il swahili e l’hindi, di cui ha dato sfoggio in un video pubblicato qualche tempo fa su Facebook, presto diventato virale. Gli ultimi appuntamenti televisivi che l’hanno visto coinvolto sono stati Servizio Pubblico e Announo, in cui si è occupato anche del virus Ebola. Ora è tornato in video sul canale NOVE, per il quale ha un interessante progetto anche per l’autunno: «Con Lupi facciamo luce su alcune tematiche, magari non legate alla cronaca di tutti i giorni, ma comunque interessanti per chi vuole capire cosa succede nel mondo», racconta a LetteraDonna.

Un frame del doumentario I corrieri della droga, all'interno di Lupi - Limited Access Area, in onda sul canale NOVE.

DOMANDA: Di che si tratta?
RISPOSTA: Di una serie di documentari con temi molto forti come la pedofilia, il traffico di cocaina, quello che c’è attorno alla jihad, ma anche cose meno note, come lo sfruttamento delle miniere di Coltan in Congo.
D: Qual è la risposta del pubblico su temi come questo?
R: La prima puntata è andata bene in termini di ascolti. Quindi penso che alla gente piaccia vedere delle storie a prescindere dall’attualità e certi temi possono essere raccontati anche in tivù se sono ben veicolati.
D: Chi sono i Lupi?
R: Sono predatori, persone che purtroppo si trovano ovunque: li definirei schiavisti e sfruttatori. Li vedi in giro per il mondo, in Amazzonia come in Inghilterra. Sono e restano intorno a noi e quelli che raccontiamo sono categorie di persone pericolose, come pedofili e trafficanti di droga. Noi ne abbiamo scelti alcuni, ma ce ne sono molti altri.
D: Come si muovono?
R: Hanno la capacità di creare attorno a loro un ambiente acido, difficile, pesante, perché spesso riescono a modificare completamente le dinamiche sociali dei posti in cui agiscono. Si creano così guerre e conflitti urbani.

D: Ci sono donne tra loro?
R: Sì. C’è una puntata del programma, intitolata I corrieri della droga, in cui le protagoniste sono loro. Si tratta di storie che arrivano dall’America Latina, di donne che vengono adescate per trasportare la cocaina in Europa.
D: Come mai scelgono proprio loro?
R: Perché sono considerate insospettabili, perché si pensa che solo gli uomini facciano questo tipo di lavoro, ma in realtà ormai le forze di polizia, soprattutto negli aeroporti, ci sono abituate. Sanno individuare in base ai passaporti e alla grandezza dei bagagli i possibili «muli della droga». Tra loro tante ragazze cedono alle proposte dei trafficanti.
D: Perché lo fanno?
R: Per soldi, ma quello che vedi in queste storie è soprattutto la stupidaggine delle ragazzine. Sono 20enni che finiscono in carcere dall’altra parte del mondo, in un Paese di cui non conoscono nemmeno la lingua, per un errore davvero stupido.
D: Queste però sembrano quasi più vittime che criminali. Ci sono figure femminili ai piani alti delle organizzazioni malavitose?
R: Certamente! Basta rimanere in Italia per vederlo, nelle organizzazioni mafiose ci sono molte donne sole che si trovano a trafficare droga o a gestire bande criminali. Magari prendono in eredità le attività che ha messo in piedi il marito che è finito in carcere con il 41 bis. Anche la serie Gomorra ha fatto conoscere la figura femminile in tal senso, con il personaggio di Scianel. È un mondo tendenzialmente maschile, ma purtroppo c'è spazio anche per loro.

D: Nel suo lavoro di giornalista d’inchiesta ricorda qualche storia particolare legata a una donna?
R: Sì, l’abbiamo appena realizzata per Cacciatori, un nuovo format che andrà in onda a ottobre sempre su NOVE, in cui assieme a Valentina Petrini aiuteremo delle persone a ritrovare o a scoprire la verità su parenti o amici di cui hanno perso le tracce, sempre in luoghi difficili. È ispirato un po’ al film Philomena.
D: Chi è la donna di cui accennava?
R: È la storia di una ragazza etiope, adottata in Italia, che abbiamo accompagnato alla ricerca della famiglia naturale. Siamo stati tutti molto coinvolti emotivamente. Non vedo l’ora vada in onda.
D: Come mai è stato scelto proprio lei per fare da filo conduttore ai reportage?
R: Perché io in prima persona sono stato in zone a rischio e posso raccontare come si affrontano questi documentari.
D: Quando invece realizza lei questi servizi, cosa solitamente la attrae come giornalista?
R: Sono sempre andato alla ricerca di temi forti. Non so cosa mi piaccia esattamente, semplicemente li sento, mi va di andare a intervistare persone in luoghi estremi. Sono amante di un giornalismo che racconti la realtà, che mostri pezzi di mondo. In fondo siamo tutti attratti dal male, dal noir. Forse in me c’è anche un’attrazione un po’ perversa.
D: Come si muove per non correre pericoli?
R: Il rischio più grande in realtà è quello di non portare a casa il lavoro, di non riuscire a chiudere il pezzo, magari dopo che una casa di produzione ha puntato su di te. Però in linea di massima cerco di muovermi prima, per trovare la persona giusta, qualcuno che abbia competenze e conosca bene la zona.
D: E sul luogo come si comporta?
R: È una questione di energia. Se hai un atteggiamento positivo, ti sai muovere e sai parlare con le persone, se sei te stesso, sai stare al mondo e non ti senti a disagio, allora riesci a farcela senza troppi problemi. Ovviamente tutto può succedere, l’importante è avere un approccio rassicurante e sorridente.
D: C’è qualcosa nelle sue inchieste che le ha fatto paura?
R: Quando sono andato in Siria per Le Iene, perché non avevamo il pieno controllo della situazione. C’erano i missili che purtroppo colpiscono a caso e lì abbiamo davvero rischiato. Io e l’autore che viaggiava con me non avevamo il giubbino antiproiettile e gli altri reporter ci guardavano come se fossimo matti. Era una situazione surreale.
D: In autunno la vedremo anche su Rai Due con un progetto contro il bullismo. Qualche anticipazione?
R: Posso dire solo che aiutiamo ragazzini vittime di bullismo a superare questo problema. È un programma socialmente utile, di servizio pubblico.

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