19 Luglio Lug 2016 1212 19 luglio 2016

L'ipocrisia di ricordare un solo giorno

A 24 anni dalla morte di Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, la giornalista Dina Lauricella chiede più attenzione mediatica sui processi in corso. «Lo dobbiamo alle vittime e alla nostra democrazia».

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BORSELLINO: 24 ANNI FA VIA D'AMELIO, MISTERI E DEPISTAGGI

Cinquantasei giorni: tanti ne erano passati dall'uccisione sull'autostrada A29 all'altezza di Capaci del giudice Giovanni Falcone. Cinquantasei giorni che segnarono per sempre la società e la storia giudiziaria del nostro Paese.
Una strage, quella del 23 maggio 1992, che aveva ferito Palermo in modo insopportabile e irreversibile. Ma a Cosa Nostra non bastava. Era il 19 luglio quando una bomba, piazzata in una Fiat 126 rubata, esplose in via Mariano d'Amelio 21 a Palermo, sotto la casa della madre di uno dei più potenti simboli della lotta alla mafia: Paolo Borsellino. Nell'attentato palermitano morirono il giudice collega di Falcone, 52 anni, e cinque dei sei agenti della sua scorta: Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Claudio Traina ed Emanuela Loi, la prima donna del corpo della Polizia a perdere la vita in servizio. L'unico a salvarsi fu Antonino Vullo che al momento dello scoppio dell'ordigno si trovava nell'auto alla testa del corteo di scorta.

CORTEI E PAGINE DI GIORNALI. E POI?
In molte città d'Italia il 19 luglio è da allora diventato sinonimo di legalità e ricerca della verità. Ma parlare di quello che accadde in via d'Amelio solo una volta all'anno non basta. Non rende giustizia alla morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta e nemmeno a chi continua a indagare per scoprire i mandanti della strage.
A dirlo è Dina Lauricella, giornalista palermitana trapiantata a Roma da tempo, che con l'avvocato Rosalba Di Gregorio - colei che nel primo maxiprocesso di mafia a Palermo difese tra gli altri imputati anche Vittorio Mangano - ha scritto nel 2014 Dalla parte sbagliata. «Un libro per cercare di vedere i fatti da un’altra prospettiva, da un altro punto di vista, non solo quello partecipato e commosso dei cortei e delle pagine dei giornali», racconta a LetteraDonna la cronista ed ex inviata di Servizio Pubblico, vittima di diversi episodi intimidatori (nella notte del'8 dicembre 2015 a Roma le è stata bruciata l'auto).

DOMANDA: Dalla parta sbagliata: quale e perché?
RISPOSTA: «Io sono nata e cresciuta a Palermo e quella domenica di luglio me la ricordo ancora: la nuvola di fumo nero che si levava dalla città era impressionante. È stata un’esperienza molto forte per me che mi ha spinto a stare sempre dalla parte giusta della società civile. A un certo punto però non è bastato più. Volevo partecipare, fare qualcosa, non solo scendere in piazza il 19 luglio.
D: Cosa ha fatto allora?
R: Grazie alle carte messe a disposizione dall’avvocato Di Gregorio ho potuto scoprire elementi di verità che prima erano rimasti in ombra, vedere fatti nuovi sotto una luce diversa. Nel mio caso 'essere dalla parte sbagliata' è stata una scelta e un’affermazione provocatoria, mentre nel caso di Scarantino, la pedina del depistaggio sulle indagini della morte di Paolo Borsellino, essere dalla parte sbagliata è qualcosa di reale e tangibile, letterale potremmo dire».
D: Qual è il senso di ricordare a 24 anni di distanza la strage di via d’Amelio?
R: Mantenere alta l’attenzione della società, dei media su quanto sta accadendo nel processo di revisione del Borsellino Bis. Giovedì 14 luglio a Caltanissetta sono stati sentiti i figli del giudice, Manfredi e Lucia Borsellino, che hanno denunciato la gravità della situazione in cui versa la vicenda giudiziaria a carico degli assassini del padre. Sono troppi i «non ricordo» di cui si sono avvalsi i poliziotti imputati nel processo, eppure a parte i giornali locali nessun media ha dato risalto alla notizia».
D: Scendere in piazza il 19 luglio non serve più?
R: «No, certamente serve, ma c’è bisogno di una maggiore discussione a livello civile, sociale e morale di quanto sia ancora lontana la verità giudiziaria sulla morte di Borsellino. Oppure si rischia l’ipocrisia di ricordare la strage del giudice e dei suoi agenti solo una volta all’anno e poi tutto cade nel dimenticatoio. Invece ci sono ancora tanti misteri da risolvere che devono avere un’attenzione mediatica costante.
D: Per esempio?
R:  I poliziotti impiegati e spesati dallo Stato, e quindi da noi contribuenti, per assistere Scarantino o il fatto che a soli 20 minuti dall’esplosione dell’autobomba in via d’Amelio l’Ansa facesse uscire un’agenzia con scritto i dettagli del modello dell’autovettura.
D: Come i figli di Borsellino, anche i parenti degli agenti di scorta morti in servizio il 19 luglio 1992 attendono ancora giustizia.
R: Ogni anno a Trieste i genitori di Walter Eddie Cosina danno vita a un piccolo corteo per ricordare il figlio ucciso a Palermo. Per loro, lontani dalle logiche mafiose che dominano la Sicilia, perdere un figlio così è stato uno choc incredibile che si rinnova non solo di anno in anno, ma di giorno in giorno. La morte di un figlio in un attentato è una tragedia difficile da superare, ancor più se aggravata dalla mancanza di verità sull’accaduto. È per loro soprattutto, come anche per la qualità della nostra attuale democrazia, che è necessario raccontare sui giornali e in televisione cosa succede oggi nelle aule di tribunale siciliane. Per far sapere che non si conoscono ancora i mandanti della strage di via d’Amelio. Che lo strumento della revisione processuale è importante, ma faticoso perché lo scorrere del tempo rende tutto più sfocato. E che quanto avvenuto a Palermo il 19 luglio 1992 non è solo un fatto di mafia, né solo siciliano.

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