5 Luglio Lug 2016 1936 05 luglio 2016

«L'emergenza HIV non è finita»

A tu per tu con Rosaria Iardino, la giornalista e attivista che da anni si batte affinché l'Italia adotti delle politiche di prevenzione più efficaci. A partire dall'educazione sessuale.

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Il virus dell’HIV non è una moda. Ma tendiamo a trattarlo come tale, quasi fosse relegato agli Anni ’80 e diffuso tra gli omosessuali. Ma ora che non se ne parla più, tendiamo a ignorarlo, come se fosse un problema che non ci riguarda. Ma non è così. Nonostante i contagi, rispetto al passato, siano diminuiti e la medicina abbia fatto dei notevoli passi avanti per curare le persone sieropositive, il problema HIV esiste ancora e riguarda anche gli eterosessuali. Chi ne è colpito, deve affrontare degli ostacoli sociali ancora molto forti. Li ha evidenziati Rosaria Iardino, giornalista ed esperta di diritti civili e politiche sociosanitarie, dal palco del MIX, il festival del cinema LGBTQ di Milano, prima della proiezione del film d’apertura Theo et Hugo dans le même bateau dei registi Olivier Ducastel e Jacques Martineau. L'opera racconta di un amore nato in una dark room, dove due ragazzi, dopo aver fatto sesso senza preservativo, passano la notte in un pronto soccorso parigino, perché uno dei due è sieropositivo e teme di aver contagiato l’altro.

INTERVENIRE SUBITO
In Francia, per casi come questi, esiste addirittura un numero verde con cui confrontarsi per capire come fare per avviare la cura anti-retrovirale: ovvero, una terapia preventiva per impedire l’eventuale diffondersi del virus dell’HIV nel corpo. In Italia, invece, c’è molta meno informazione su questo tema e tanto pregiudizio, che Iardino, fondatrice della Nps Italia onlus, cerca di combattere da quando aveva 17 anni, l'età in cui ha scoperto di essere sieropositiva. Il suo impegno è di costante sensibilizzazione su questo tema, ma anche di attivismo laddove i diritti delle persone malate non venga rispettato. «Il film mette in luce un argomento, quello dell’intervento dopo un probabile contagio, che da noi è ancora poco conosciuto, ma che Oltralpe hanno dimostrato di affrontare al meglio».

La giornalista ed esperta di diritti civili e politiche sociosanitarie Rosaria Iardino.

DOMANDA: Qual è la situazione italiana per quelle persone che temono di essere state contagiate e vogliono correre ai ripari?
RISPOSTA: La legge garantisce le stesse identiche opportunità. Solitamente, nei reparti di malattie infettive l’accoglienza è perfetta. Il problema spesso si verifica all’arrivo al pronto soccorso. Qui non è inusuale che il paziente che richiede questo tipi di trattamenti subisca una sorta di ramanzina, una specie di mini-punizione per quello che ha fatto. Questo si verifica soprattutto in Lazio e Lombardia. Ma è importante sapere che loro, per legge, sono obbligati ad assistere chiunque.
D: Cche cosa fare, quindi, in questi casi?
R: In Italia, a differenza di altri Paesi, non c’è numero verde nazionale (in realtà esiste: è l'800 861 061, ma non è attivo 24/7 come quello francese, ndr) per chiamare e chiedere un consulto, ma è comunque importante agire subito.
D: Come?
R: Bisogna recarsi al pronto soccorso più vicino e dire di aver avuto un rapporto a rischio con una persona affetta da HIV. La legge prevede che il paziente venga preso in carico subito, che gli venga spiegato come prendere i farmaci e poi come fare gli esami del sangue una settimana dopo. Tutti i presìdi sono obbligati a fornire un kit post-esposizione che contiene i farmaci anti-retrovirali. La terapia dura circa 23 giorni.
D: Si fa abbastanza informazione su questo?
R: A dire il vero il Ministero della Salute negli ultimi tre anni è latitante. Preferisce concentrarsi sui dati della sopravvivenza alla malattia, piuttosto che pensare a ridurre le nuove infezioni. Non ci sono né una campagna né una strategia di comunicazione mirate alla comunità gay, a quella dei giovani o agli anziani.
D: Agli anziani?
R: Sì certo. Anche gli over 60 si stanno contagiando, perché magari scoprono una nuova vita sessuale, vanno con altre donne o con le prostitute e non usano il preservativo, perché magari non sono abituati né informati e si espongono così al pericolo. Ma anche le donne sono a rischio.
D: Ovvero?
R: Loro vivono l’uso del preservativo e quindi della prevenzione come un qualcosa di appaltato agli uomini, e invece non è così. Basti pensare al caso dell’untore di Roma, quel ragazzo che recentemente ne ha contagiate una quarantina. Se quelle donne fossero state consapevoli del rischio e informate nel modo giusto, questo non sarebbe accaduto. È preoccupante il livello di abbandono della sensibilizzazione femminile sul tema.
D: In Italia ci sono ancora molti medici obiettori di coscienza?
R: Sì, io ne ho denunciato uno qualche tempo fa, dopo averlo sentito su Radio Maria mentre stigmatizzava gli omosessuali esprimendo pensieri retrogradi. Sono intervenuta perché se hai quella visione e hai molti pazienti gay, rischi poi di riversare su di loro le tue convinzioni. E questo non va bene. Purtroppo ce ne sono molti, soprattutto in Lombardia.
D: E come mai?
R: Perché pare che in Lombardia, se non sei obiettore, non riesci a fare carriera. Ultimamente anche i farmacisti possono diventarlo. Questo è grave, anche se va a toccare altri ambiti, come quello della pillola abortiva. C’è comunque un forte pregiudizio sulla terapia post-esposizione. Un medico obiettore non aiuta di certo.
D: Lei ha scoperto il virus quando aveva 17 anni. Come ha imparato a conviverci serenamente?
R: Non si impara, succede. A quell’età ero incosciente, ma per fortuna ho avuto una famiglia e degli amici straordinari. Inizialmente ero troppo impegnata nel dare sostegno ai miei amici, che affrontavano il mio stesso problema, e non mi sono presa sul serio come paziente. Sono riuscita ad arrivare nell’era dei farmaci. Sono stata fortunata. Ricordiamo che il 1996 è stato l’anno della svolta nell’indice di sopravvivenza. Tutto grazie all’introduzione di nuovi medicinali.
D: Perché ha deciso di trasformare la sua malattia in una battaglia per gli altri?
R: È stato tutto molto naturale, anche perché sono stata vicepresidente del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma e ho sentito subito l’esigenza di dare una mano. Ho fatto un’esperienza a Londra, dove c’era un grande supporto alle persone con HIV. Ma una volta tornata in patria ho trovato la desolazione. Così mi sono rimboccata le maniche e ho iniziato il mio lavoro.
D: Oggi un malato di HIV come vive con il virus?
R: Devo dire che la vita di un sieropositivo oggi è decisamente normale. Dal punto di vista scientifico ci sono farmaci innovativi e si possono avere anche delle famiglie con figli. Il problema, spesso, sono la società e il mondo del lavoro.
D: Perché?
R: Purtroppo la legge prevede ancora che ai nuovi dipendenti possano venir fatti i test dell’HIV al momento dell’assunzione. Non prevede che una persona possa essere licenziata per quel motivo. Ma tanto poi ne trovano altri per farlo, perché nel mondo del lavoro c’è ancora grande stigmatizzazione.
D: E per quanto riguarda la ricerca?
R: La diminuzione della mortalità ha fatto sì che ci si dimenticasse e non si investisse più su questo settore, riducendo di molto l’attenzione sulla malattia. Tanto che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin non l’ha definita più come un'emergenza. Invece è una patologia che presenta un rischio ancora molto forte.
D: Molte donne hanno contratto il virus. In che cosa sono più limitate rispetto agli uomini?
R: L’impedimento più grande è la gravidanza. Nonostante i farmaci riducano il contagio del bambino a un 3%, la paura c’è sempre. Per il resto, mentre negli Anni ‘90 gli effetti collaterali sulle donne erano molto più visibili, come la distribuzione del grasso differenziato, ora non c’è più questo problema. Però, forse, sono più difficili da gestire psicologicamente.
D: In che senso?
R: Si sentono solitamente come 'quelle infettate'. Anatomicamente, la donna appare come più portata ad accogliere i liquidi corporei, anche quelli infetti. Questa predisposizione la fa sentire 'sbagliata'. L’uomo, invece, generalmente si prende più cura di sé, non si autostigmatizza.
D: Perché molte donne si infettano ancora?
R: Forse siamo più sciocche. Ci fidiamo del partner che, magari, ci dice che senza preservativo sente più piacere. Il problema, però, non è tanto in quelle persone sieropositive che si stanno curando, perché grazie ai farmaci contengono la carica virale, ma in chi non lo sa e continua a contagiare gli altri.
D: Quali altri passi avanti si aspetta su questo tema?
R: Sul piano scientifico mi aspetto che il Governo continui a finanziare la ricerca, perché l’HIV è un virus, non un batterio. E, in quanto tale, muta sempre. Dall’altra parte, vorrei che si ritornasse a parlare di preservativo, di educazione alla sessualità e all’affettività, che vuol dire: fai sesso, ma fallo protetto. Lo Stato deve tornare ad assumersi la responsabilità della salute pubblica, che al momento è lasciata all’industria del farmaco. La quale, purtroppo, ha interesse ad avere nuovi malati.

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