3 Maggio Mag 2016 1642 03 maggio 2016

Abusate a vita

Dopo mesi di schiavitù sessuale, non basta fuggire dall'Isis per tornare libere. Sono tante le donne che lottano con profondi traumi psicologici da cui è difficile guarire. Ma alcune associazioni le aiutano.

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donne yazide

Le donne yazide che dopo mesi di prigionia riescono a fuggire dagli aguzzini dell'Isis non possono dirsi veramente libere. Sui loro corpi e sulle loro menti pesano mesi di stupri e violenze. E il pensiero che, pur essendo libere, da qualche parte c'è una sorella, una parente o un'amica che è ancora costretta a vivere nell'orrore quotidiano di Daesh. Ad aiutare le donne che sono riuscite a evadere dalla prigionia e a liberarsi dalla schiavitù sessuale, però, c'è Elham Salah. Una psicologa che ha raccontato a The Daily Beast le storie e le difficoltà delle sue pazienti.

UN TRAUMA CHE CONTINUA
«Alcune donne sembrano stare bene, ma non appena cominciano a raccontare le proprie esperienze, si mettono a tremare, si bloccano e vanno nel panico», spiega Elham, che ha iniziato la propria carriera da psicologa specializzandosi in casi di violenza domestica e collaborando con la Jiyan Foundation, associazione che opera nel Kurdistan iracheno allo scopo di migliorare la condizione femminile. L'arrivo dello Stato Islamico, però, ha radicalmente trasformato il suo lavoro. A chiederle aiuto non sono più donne che subiscono abusi in famiglia, ma appunto le ex prigioniere del Califfato.

TROPPE DONNE SENZA AIUTI
Essere violentate da un combattente straniero con un credo religioso differente implica una serie di risvolti psicologici traumatici completamente differenti, spiega Elham. Alla depressione si aggiunge anche il trauma derivato dalla perdita della verginità, che viene vissuto come un vergognoso tabù. La Jiyan Foundation, però, è composta unicamente da donne e questo permette alle pazienti di esprimersi con maggior libertà sulla propria condizione. La loro speranza è riuscire, in qualche modo, a razionalizzare quello che gli è accaduto. Purtroppo, però, sono poche le donne che vengono a sapere di centri come la Jiyan Foundation, troppo piccoli e con troppi pochi fondi per raggiungere un numero di pazienti più ampio. Tutte le altre vittime dell'Isis sono costretta ad affrontare i propri demoni da sole, senza nessun aiuto.

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