12 Aprile Apr 2016 1057 12 aprile 2016

Made in Italy, femminile plurale

La triennale di Milano celebra le donne, per troppo tempo rimosse dal panorama artistico, con la W. Women in Italian Design. Da Gae Aulenti a Fulvia Mendini: «Progettualità senza testosterone».

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triennale

Pare impossibile, ma una vera storia del made in Italy al femminile non era ancora stata scritta. La lacuna, in felice coincidenza con il turbine di eventi che il Salone del Mobile porta con sé a Milano, è stata finalmente colmata.
Non con un semplice libro, ma con una messa in scena clamorosa. W. Women in Italian Design è la mostra da non perdere di questa design week: l’ha ideata Silvana Annicchiarico per il nuovo allestimento del Triennale Design Museum (fino al 12 settembre), che dirige.
È una mostra coraggiosa e controcorrente: «Le storie del design fin qui raccontate ruotano quasi tutte attorno a un grande buco nero: la rimozione del femminile. L’occultamento della presenza e del contributo delle donne. Come se non ci fossero state, come se fossero sempre rimaste a casa», spiega la direttrice. La realtà invece è un'altra: hanno hanno messo a frutto la loro creatività, hanno prodotto.

LA TELA DI PENELOPE
Varcate la soglia del museo, al primo piano dell’edificio progettato da Giovanni Muzio: vi accoglie lo splendido lavoro, una tenda rosa, di Carla Accardi, tra le artiste più significative degli ultimi anni (è mancata nel 2014). Attorno, in una stanza semi-oscura, sono messi in vetrina i tomboli, i merletti, i pizzi, i decori di tantissime artigiane: la tenda è il nido, il rifugio sicuro che ogni donna si crea a casa, fuori dalle incombenze domestiche, mentre il ricamo, da Penelope in avanti, è il simbolo, tutto femminile, della capacità di tessere (i filati come le relazioni tra le persone).

DISCRETE CONTRO COMBATTUTE
La mostra procede con un itinerario sinuoso, che pare l’ansa di un fiume: sarete presto letteralmente avvolte dagli oggetti. Si comincia con le creazioni delle pioniere, le creative dei primi del Novecento, spesso ignorate dalla storia: ci sono voluti quasi 80 anni, ad esempio, per riconoscere e dimostrare che una delle icone del design novecentesco, il lettino da riposo Daybed del 1930, non è da attribuire soltanto a Mies van der Rohe, alla sua devota e discreta compagna Lilly Reich.
Ci sono state, e per fortuna, anche donne sufficientemente volitive e testarde da pretendere il riconoscimento del loro lavoro, la firma, una paga adeguata: come Gae Aulenti, con la sua nota lampada Pipistrello, Cini Boeri e Nanda Vigo. Esposte anche le creazioni suggestive di Fulvia Mendini, primo tra tutti Baby Alien, uno degli oggetti più iconici in mostra, e gli occhiali di Rossana Orlandi, stylist, designer, tra le grandi signore milanesi del ‘made in Italy’: lenti grandi, montatura sottile, sono occhiali da lei creati per se stessa che recentemente ha deciso di mettere in produzione.

PROGETTUALITÀ SENZA TESTOSTERONE
Le donne che sono riuscite a emergere nel patriarcale mondo del design fatto, fino agli Ani '80, ancora di 'casa-e-bottega' con radici profonde nella verde Brianza, sono creature assai vulcaniche: «Hanno tutte una visione del progetto improvvisa, incontrollabile e una creatività con un forte contenuto innovativo», spiega Annicchiarico. E va oltre: «La loro è una progettualità senza testosterone». C’è tanta ironia, leggerezza, eleganza, vitalità nei loro oggetti.
Provate ad aggirarvi nella mostra, tra le sculture di Anna Gili e le ‘Barbie etniche’ di Eliana Lorena, solo per citare due dei migliori talenti contemporanei: troverete un tripudio di colori, di forme, di materiali utilizzati.

DESIGN DI COPPIA
L’allestimento stesso, firmato da Margherita Palli, è un omaggio all’enorme potere generativo delle donne: si comincia con uno spazio che allude a un grande utero abitato da sussurri, litanie e chiacchiericci in cui aleggiano ricami, intrecci, e si procede, come si diceva, lungo un fiume in piena in grado di contenere tutte le opere: 600 i pezzi esposti, 400 le artigiane e designer presentate.
C’è spazio anche per ricordare il lavoro di coppia: per una lunga fase del Novecento le architette o le designer hanno infatti lavorato nello studio del marito o del compagno senza che il loro ruolo fosse pubblicamente riconosciuto. Segretarie? Non esattamente. Sono state donne-tuttofare, molto spesso vere e proprie muse indispensabili al successo dei loro uomini: come Afra per Tonio Scarpa, Lella per Massimo Vignelli, Lica per Albe Steiner, Doriana per Massimiliano Fuksas.

RISORGIMENTO PER LE DESIGNER IGNORATE
Nei tempi della sessualità liquida, del transgender, dell’eliminazione del gender c’era davvero bisogno di una mostra «femminista» sul design che mostrasse, con un certo orgoglio, le migliori prove dell’ingegno artigianale e progettuale delle donne italiane?
Sì, perché per troppo tempo il nostro made in Italy è stato patriarcale: solo uno sparuto numero di nomi femminili (Cini, Aulenti, Mendini e pochi altri) entrava di diritto nei libri di studio. In Triennale si rivendica una storia diversa, documentata dal lavoro di centinaia e centinaia di creative tenute ai margini per tutto il Novecento: la mostra rimedia a una rimozione, offre un risarcimento.
Dimostra, specie al giovane ‘popolo del design’ che in questi giorni invade Milano, che il made in Italy è anche un sostantivo femminile plurale.

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