1 Febbraio Feb 2016 1844 01 febbraio 2016

«Il World Hijab Day? Una carnevalata»

Il primo febbraio è la giornata mondiale del velo islamico. Intervista a Silvia Layla Olivetti, italiana convertita all'Islam: «È un simbolo di pudore, non va indossato con jeans attillati e gonne corte».

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Il primo febbraio è il World Hijab Day, la giornata mondiale del velo islamico, a cui partecipano anche donne non musulmane che vivono in ogni angolo del mondo. È una giornata in cui si celebra l'orgoglio di essere musulmane e la libertà di indossare l'hijab. L'iniziativa non va però giù a Silvia Layla Olivetti, attivista e autrice dei libri Diversamente Italiani e ISIS - Diario di un jihadista italiano: «Il World Hijab Day è una carnevalata. Per me è come San Valentino o l'8 marzo. È una festa che lascia il tempo che trova, perché il velo dovrebbe essere un orgoglio costante, almeno per chi lo indossa spontaneamente». Proprio come lei,  italiana convertita all'Islam, che spiega come l'hijab non sia solo un velo che copre la testa, ma un simbolo di sobrietà, pudore, e rispetto. Che mancano, racconta, quando lo si indossa insieme a «jeans attillati e gonne corte, oppure si ride sguaiatamente per strada», come ha spiegato a LetteraDonna la scrittrice che non si è avvicinata all'Islam perché aveva un compagno musulmano, ma grazie a un'amica somala. «È stata lei a raccontarmi l'Islam in maniera più profonda e a portarmi in moschea, dove ho fatto la shahada, la professione di fede necessaria per diventare musulmana».

DOMANDA: Le italiane si convertono soprattutto perché si sposano con uomini musulmani?
RISPOSTA: Anche se può sembrare strano, sono poche le donne che compiono questo passaggio per amore. È solo un cliché. L'ho scoperto scrivendo il libro Diversamente Italiani in cui racconto le storie di italiani che abbracciano l'Islam.
D: Lei però ha spostato un uomo egiziano.
R: Sì, ma prima mi sono convertita. L'ho cercato e conosciuto solo dopo.
D: Voleva solo un uomo musulmano?
R: Sì, perché credo che sia difficile stare insieme con convinzioni religiose molto radicate e opposte. In particolare se in mezzo ci sono dei figli. Conoscevo delle coppie miste in difficoltà e ho preferito evitare problemi.
D: C'è pregiudizio nei confronti delle italiane convertite?
R: Sfondiamo una porta aperta. Se si indossa l'hijab è praticamente impossibile trovare lavoro. Anche le famiglie si allontanano. È per questo che non mi piace il World Hijab Day: dovremmo celebrare ciò che siamo e in cui crediamo tutti i giorni.
D: Come si potrebbe risolvere il problema di integrazione in Italia?
R: Occorre ripensare le politiche di inclusione, dando maggior opportunità alle minoranze, etniche e religiose. Dobbiamo educare alla diversità, che deve essere vista come un arricchimento, ed evitare di spingere l'opinione pubblica nella direzione sbagliata. Ne ho discusso anche con Matteo Salvini a Piazza Pulita: così non si fa altro che rendere l'ideologia dell'Isis appetibile per molti giovani musulmani. Se non ti senti parte della società cerchi di uscirne e possono capitare cose molto brutte.
D: Nel suo secondo libro, ISIS - Diario di un jihadista italiano, un figlio di un immigrato e di una convertita, non integrato nella società, diventa un foreign fighter e si arruola nell'Isis. Sembra una storia vera.
R: Ho provato a raccontare il boia, così lo chiamo, dall'interno. L'Isis visto con gli occhi dell'Isis. Non lo appoggio ma credo che per risolvere un problema sia necessario conoscerlo. Al Medio Oriente offre un welfare state certo non garantito dalle bombe dell'Occidente. Noi distruggiamo e loro ricostruiscono. Oltre a questo fanno cose orribili, certo, ma c'è un motivo perché riceve tutto questo sostegno. Facendo un paragone, l'Isis è come la mafia in Sicilia.
D: Come si è documentata?
R: Intervistando Oussama Khachia, un ragazzo di Varese che aveva ricevuto un decreto di espulsione perché su Facebook pubblicava post radicali. Gli ho proposto di scrivere la postfazione del libro, perché l'opinione pubblica lo aveva dipinto come un mostro quando in realtà era un ragazzo molto educato. Qualche mese dopo gli ho chiesto un'immagine con determinate caratteristiche per la copertina e lui mi ha mandato una foto di un soldato dell'Isis di spalle. Poteva essere un fotomontaggio: ma sembra che alla fine ritraesse proprio Oussama. Che poi dovrebbe essere rimasto ucciso in un combattimento in Siria.
D: Il suo libro ha suscitato polemiche e lei ha ricevuto minacce di morte.
R: Non avevo idea che Oussama fosse davvero un jihadista e che volesse andare a combattere in Medio Oriente. Mi aveva detto che approvava il welfare state dell'Isis e che le notizie relative a Daesh erano false. Condannava la violenza, come il mio libro d'altra parte. Credo Oussama sia andato in Siria solo per aiutare la popolazione locale.
D: Le donne musulmane sono libere?
R: Una volta all'anno vado in Egitto. Non ci crederà ma lì comandano proprio le donne. Ho visto esattamente il contrario della sottomissione e chi sostiene che la donna sia succube dell'uomo non conosce la realtà dei fatti. Questo vale anche per il Marocco. In Arabia Saudita e Iran, invece le cose cambiano. Ma in questi Paesi la sottrazione dei diritti civili alla donna non si verificano perché lo dice il Corano quanto per tradizioni preislamiche sopravvissute fino ad oggi. L'Islam fa distinzione tra uomo e donna, ma le differenze sono solo biologiche.

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