26 Gennaio Gen 2016 1305 26 gennaio 2016

Le donne libere dell'alevismo

Sono islamiche, ma non indossano il velo, scoprono le gambe e pregano insieme agli uomini. Viaggio nella comunità che vive nel Sud-Est della Turchia, ma che sembra quasi occidentale.

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Ragazza alevita, Dersim

Il fiume Murat bagna le rocce di una terra dura e misteriosa, sospesa fra passato e presente. Seduti ai tavolini, con i piedi nell’acqua, ci sono uomini e donne. In tanti sono i bambini che giocano o si fanno il bagno. Le montagne vegliano su questo spaccato di Anatolia e fanno da sipario alla città di Tunceli. In origine si chiamava Dersim, che vuol dire 'Porta d’Argento'. Un nome cancellato con la violenza nel 1938, quando l’aviazione turca bombardò la città per sedare la ribellione dei curdi che vivevano principalmente nell’est dell’attuale Turchia. A quei bombardamenti partecipò anche una donna, Sabiha Gökçen, la figlia adottiva di Mustafa Kemal, il fondatore della Turchia moderna.

MUSULMANE SENZA VELO
A Dersim la maggioranza della popolazione è alevita, una minoranza sciita che abbraccia una religione sincretica in cui oltre alla venerazione di Ali, cugino e genero di Maometto, è possibile rintracciare segni del Cristianesimo orientale e di culti pre-islamici.
Qui, nell’acqua, le donne non lasciano intravedere solo i piedi, ma mostrano senza problemi anche le gambe. I loro capelli, spesso tinti di rosso e di biondo, cadono liberi sulle spalle. Sono donne moderne, con il viso truccato, occhiali da sole e mani molto curate. Sono belle le alevite e sembrano così forti, così fiere della loro femminilità.
Tanto diverse dalle turche che passeggiano a Istanbul, strette in cappottini stile impermeabile, con il velo ordinato e fermato da spilli; tanto lontane anche dalle curde che indossano gonne lunghe con disegni floreali e portano un telo colorato sulla testa. Le curde, escluse le combattenti del Pkk (il partito dei lavoratori del Kurdistan),  sono infatti perlopiù dedite alla cucina, alla cura dei figli e all’attesa del marito.

Il fiume Dersim.

DONNE LIBERE
Da dove viene questa libertà di costumi, questa disinvoltura che caratterizza le abitanti di Dersim? Lo chiediamo a un uomo.  È seduto con una ragazza a un tavolo, bevono raki, un distillato simile alla grappa.
«Io ho 82 anni» dice, «e per me non c’è nulla di strano a vivere così. Le donne? Sono uguali agli uomini».
Le alevite escono da sole, vanno a studiare lontano da casa, bevono alcol e indossano vestiti alla moda. Non hanno paura di mostrare il proprio corpo e non portano il velo. Inoltre nel mondo alevita non esiste il matrimonio combinato, una pratica ancora molto diffusa nel Sud-Est della Turchia, soprattutto tra i curdi.
Le donne scelgono liberamente il proprio compagno e nessun uomo può avere più mogli. Niente poligamia insomma.
Lo studio e la conoscenza sono considerati beni dell’intera comunità e le ragazze sono incentivate a migliorarsi tramite una buona istruzione. Asya, che incontriamo a Dersim, vive da anni a Londra. Lei, come tante altre giovani, ha abbandonato la sua città d'origine e da tre anni studia economia in Inghilterra. I suoi genitori l’hanno sempre appoggiata nella scelta di partire e di trovare fortuna all’estero.

La bandiera turca sulla montagna di Dersim.

ALEVISMO PER L'UGUAGLIANZA
Il rifiuto del velo e l'importanza data all'istruzione, come accennato, non sono una conquista recente. Dipendono, invece, dalla religiosità alevita, che dà maggiore spazio all’interiorità, allo spirito, a ciò che non si vede. Per questo indossare il velo non è importante: le donne non vengono giudicate per il loro aspetto esteriore. Le donne preservano comunque l’onore, ma lo fanno attraverso i loro comportamenti e non nascondendo la propria femminilità.
Anche l'uguaglianza tra uomini e donne trova un garante nell’alevismo. Questo credo, nato a cavallo tra Mesopotamia e Anatolia intorno al XII secolo, ha in comune con lo sciismo il culto del 'quinto imam'. Significa che gli aleviti, come gli sciiti, credono che il quarto Califfo, Ali, cugino del Profeta di cui sposò la figlia Fatima, fosse detentore del segreto divino. Alcune caratteristiche dell’alevismo però non appartengono ad alcuna corrente del variegato universo islamico. Gli aleviti venerano infatti una vera e propria trinità formata da Allah, Mohammed e Ali, una particolarità che li avvicina al cristianesimo. Per loro il Corano è un testo sacro come gli altri e oltre ad Ali vengono onorate altre figure. Quella di Hajji Bektash Veli, ad esempio, uomo carismatico e fondatore nel XIII secolo dei Bektashi, confraternita sufi che ha ricoperto un peso centrale nella storia e nella cultura turca. Dal mondo pre-islamico hanno invece ereditato il 'Dio cielo' e una visione mistica delle relazioni tra uomini e natura nonché tra uomini e donne.

UOMINI E DONNE PREGANO INSIEME
Diversamente dal resto dei musulmani, il luogo di preghiera degli aleviti non è la moschea, ma la cem evi, letteralmente 'casa di raduno'. All’interno di questi luoghi uomini e donne pregano insieme prendendosi per mano. Una sorta di girotondo in cui i credenti abbandonano la propria individualità per unirsi a Dio. A guidarli non c’è un imam, ma il dede (nonno), un uomo anziano, rispettato dalla comunità alevita alla quale si accede solamente per discendenza familiare. Non è quindi possibile la conversione.
Stimati attorno ai 10-15 milioni su una popolazione complessiva di oltre 74, gli aleviti rappresentano la più grande minoranza religiosa della Turchia. Una minoranza che Ankara non riconosce come tale e di cui si parla poco forse perché gli aleviti sono da sempre stati restii a imbracciare le armi per reclamare i propri diritti.

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