27 Novembre Nov 2015 1313 27 novembre 2015

A un passo dall'Isis

La storia di Maysa, una 18enne belga sfuggita alla rete dell'Islam radicale e dei reclutatori di Daesh. Un incubo che, dopo averla svuotata della sua personalità, l'avrebbe trascinata fino in Siria.

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«Un buco nero». Maysa, teenager belga di origini marocchine, non ha altre parole per definire quel periodo della sua vita che l'ha condotta a un passo dall'unirsi ai terroristi dello Stato Islamico. Mesi trascorsi rifiutando la musica e il ballo, due tra le sue passioni predilette, tagliando fuori gli amici che di tanto in tanto si concedevano un alcolico. Ma, soprattutto, spegnendo se stessa, soffocando quel «raggio di sole» (così l'aveva definita un suo insegnante) che faceva brillare la sua personalità. Una luce che solo per poco non è stata risucchiata, una volta per tutte, dalla bandiere nere dell'Isis.

NUOVE AMICHE
«C'ero così vicina, non mancavano che poche ore alla partenza. Nella mia testa mi vedevo già lì: in Siria, con lo Stato Islamico». Che cosa spinge una ragazza di soli 18 anni a unirsi alle schiere del Califfato? Maysa l'ha raccontato al Guardian. Il suo viaggio verso l'oscurità cominciò quasi per caso, quando un giorno, per coprire i chili di troppo, decise di indossare il jilbab, la tipica veste piuttosto larga e completa di velo indossata da molte donne musulmane. Non appena ebbe postato sui social una foto dove indossava il jilbab, Maysa venne contattata da una ragazza poco più grande di lei. Dopo qualche scambio di battute in chat, si misero d'accordo per andare a fare shopping insieme. In quell'occasione Maysa fece la conoscenza di un gruppo di ragazze con una storia simile alla sua: figlie di immigrati e abitanti dei sobborghi più poveri di Bruxelles.

IL CELLULARE SEGRETO
Le uscite e gli incontri di gruppo si fecero via via più frequenti: teatro delle loro chiacchierate sull'Islam e sulla condizione dei musulmani non erano le loro abitazioni o le moschee, ma comunissimi centri commerciali e bar come tanti altri. Le discussioni divennero di natura politica, focalizzandosi sulle persecuzioni che i musulmani erano costretti a subire in tutto il mondo. Ovunque, tranne che in un luogo dove il crimine e discriminazione non esistevano: lo Stato Islamico. Maysa ricevette quindi dal suo nuovo gruppo di amici un cellulare che doveva tenere segreto e dove avrebbe ricevuto degli sms con le indicazioni su dove si sarebbero tenuti i prossimi incontri: «Ora mi rendo conto che di loro non sapevo nulla, appena i loro nomi. Ma all'epoca non avanzai dubbi».

A UN PASSO DALLA PARTENZA
Entro poche settimane il rendimento scolastico di Maysa crollò a picco. Poi, dalla Siria arrivò la notizia che un suo conoscente, vissuto anch'egli a Bruxelles, era morto combattendo in Siria. Fu in quel momento che le amiche di Maysa cominciarono a spronarla affinché compisse il proprio dovere e partisse alla volta della Siria. E Maysa era pronta a partire, perché per lei, ormai, dopo mesi di discussioni, non esisteva altro che l'Isis. A salvarla, fu il suo passaporto, o meglio, la sua assenza: i suoi genitori, infatti, l'avevano nascosto perché avevano cominciato a sospettare qualcosa. E Maysa, di partire senza non se la sentiva. Resistette alle minacce dei suoi 'amici', e si sbarazzò del cellulare segreto scagliandolo contro i binari della metropolitana. Oggi, Maysa ha ricominciato a vestirsi con jeans e maglioni, si trucca, usa lo smalto sulle unghie. E sogna di trovare un lavoro nell'industria musicale.

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