1 Settembre Set 2015 1714 01 settembre 2015

Nel Brasile dei bambini

Un Paese di contrasti, dove si intrecciano le sorti di decine di piccole vite. Che, a dispetto di droghe, povertà e violenza, trovano ancora il coraggio di vivere la propria infanzia.

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N1

Da qualche giorno, una canzone risuona continuamente nella mia testa. «Fala de mim, pensa em mim, vinte e quatro horas por dia». È un ritmo ciclico, cadenzato e molto veloce, che si è impossessato di centinaia di piedini scalzi che instancabilmente si rincorrevano davanti ai miei occhi. A Fortaleza, la vita che ti scorre davanti in una qualsiasi alba d’agosto è immersa in un silenzio strano, quasi surreale. La mattina che ci ha accolti era avvolta negli ultimissimi istanti di sonno. Perché in Brasile la vita inizia presto, in tutti i sensi. Inizia presto al mattino, perché l’equatore bussa alla tua porta prima delle sei; e inizia presto anche tra gli esseri umani, perché la dimensione dell’infanzia è diametralmente opposta a quella che era disegnata nella mia testa prima di partire: anche se la tua età anagrafica non raggiunge la doppia cifra, può capitare che tu sia già grande abbastanza da tenere tra le dita una pistola come se fosse un giocattolo o grande abbastanza per difenderti dalle violenze, dalla droga e dagli errori degli altri.

SMARRIMENTO
Sono scesa da un aereo con gli interni arancioni e, ancora un po’ frastornata da quel lungo volo, la mia mente si ostinava a immaginare come sarebbe stato passare venticinque giorni della mia vita in mezzo a tanti bambini mai visti prima. Salita su un pulmino giallo e verde, a cui mancavano qualche schienale e alcuni finestrini, cercavo disperatamente qualche punto di riferimento: la luce, dentro, era fioca e, fuori, la strada sembrava non finire mai.  I ragazzi del gruppo con il quale sono partita dall’Italia per questa esperienza di volontariato urlavano di gioia. Io, come al solito, mi chiedevo come mai non potessi sentirmi trascinata in questo vortice di allegria fin dall’inizio, senza farmi troppe domande. Intanto, come in un film, fuori dal mio finestrino piano piano si risvegliava la vita e si scorgeva qualcuno percorrere quelle strade, tra carcasse di automobili lasciate lì a morire e qualche falò che probabilmente puzza ancora di gomma bruciata.

OPERAZIONE LIETA
Mentre osservavo lo scorrere della periferia di quella città sotto i miei occhi ancora pieni di insicurezza, ripensavo a che cosa avrei portato in quel Brasile così lontano. Sbagliavo, avrei dovuto chiedermi piuttosto che cosa avrebbe lasciato dentro di me quel Paese quasi dall’altra parte del mondo. Ma l’arrivo alla scuola di Pacotì aveva cambiato radicalmente ogni mia prospettiva: quel luogo, così diverso da quelle strade piene di inquietudine, sembrava aver sortito su di me una specie di incantesimo. In poco tempo quelle domande così martellanti avevano cessato di fare così tanta confusione. Quell’oasi che aveva messo a tacere ogni mio nervosismo aveva un nome, Operazione Lieta, e il giorno seguente avrebbe accolto circa 200 bambini provenienti dalle zone più violente delle periferie di Fortaleza. Una scuola, una casa, uno scampolo di normalità pronto a ricevere in trent’anni centinaia di sguardi che altrimenti si sarebbero perduti tra le pieghe sorde della violenza e della povertà che incatena gli esseri umani.

SOFFERENZE
A Pacotì ho sgretolato tanti limiti personali: ho capito che, se stai cercando di aiutare concretamente qualcuno, le paure lasciano in pace la tua mente. La mattina, mentre i bambini erano a scuola, il tempo era completamente dedicato alla ristrutturazione delle loro casette: levigate con la carta vetrata, venivano poi ritinteggiate per poter dare loro un nuovo aspetto. Ho trascorso poi una settimana nella lavanderia del collegio: può sembrare strano, ma quel luogo sommerso di vestitini, così silenzioso, riusciva ad allontanare i brutti pensieri. Mentre piegavo quei pantaloncini numerati e li riponevo nelle varie scaffalature, pensavo a come un gesto così semplice potesse alleviare tante sofferenze. Le mie, non solo le loro.

LE STORIE DI TUTTI
Ho servito pranzi e cene in refettorio, consapevole che ogni momento passato insieme ai bambini mi avrebbe permesso di conoscerli ancora un po’: dopo qualche settimana sapevo che a Luiz piaceva molto il pollo, che Paulo adorava la papaya e che Carlos si alzava due volte per bere alla fontanella. E poi «Mais! Mais!», che vuol dire «Ancora! Ancora!». Dietro ogni abitudine e ad ogni sorriso esisteva però una storia che valeva la pena di essere raccontata. E ascoltata.

FLAVIO
L’irrequietezza di Flavio non era casuale. La mamma, probabilmente affetta da una malattia mentale, si era allontanata da casa e dai suoi figli. Il padre, alcolizzato e in carcere, non si occupava di nessuno di loro. La sorellina più piccola, già completamente tossicodipendente, era stata allontanata da una struttura che l’aveva accolta tempo prima. La sua casa era in una delle peggiori favelas di Fortaleza e l’unica persona in grado di prendersi cura di lui era la sorella quindicenne che però lavorava ed era già sposata.

RENAN, RUBEN, LEONARDO
Il sorriso quasi perenne di Renan tradiva una storia incredibile, fatta di droga e di solitudine. La madre, ormai completamente dipendente dagli stupefacenti, non sapeva nemmeno di aver messo al mondo un figlio e al sabato, quando era costretto a tornare a casa, usciva a mendicare e a cercare un po’ di cibo dicendo di essere orfano. E che dire della storia di due fratellini, Ruben e Leonardo, strappati per un soffio al narcotraffico: abbandonati dalla mamma, qualcuno aveva immaginato per loro un futuro come corrieri della droga. Tuttavia, una zia si era presa cura di loro e li aveva segnalati agli assistenti sociali. E meno male: uno di loro è un vero ballerino. Poi c'è Diogo, un bambino con gli occhiali venuto da lontano, affidato alla nonna materna dopo che i genitori vennero incarcerati per una rapina grave con omicidi. E ancora, Jessica, Marcio e Leandro, tre fratellini nel 2010 hanno visto la loro madre bruciata viva dall’amante.

TERESA E RICARDO
La storia di Teresa è fatta di abusi e silenzi. E non posso dimenticare Paulo, che vive in una delle zone più violente di Fortaleza: dopo l’assassinio del padre, la nonna fu l’unica a prendersi cura di lui visti i problemi di dipendenza da alcool e droghe della madre. E Ricardo? Figlio di una giovanissima prostituta che, preda di qualche sostanza, non lo riconosceva nemmeno. Eppure, questi bambini non dimenticano quasi mai chi sono e da dove vengono: sentono spesso la mancanza delle famiglie e delle loro realtà. Dimenticano i lividi, forse, ma non dimenticano mai i volti di chi gli sta vicino.

IL BUIO E LA LUCE
Con un caramella in bocca e una matita in mano, è stato semplice per me dimenticare la loro provenienza. Eppure, bastava che arrivasse il sabato per ricordarmi chi erano quei bambini e da dove venivano: bastava allontanarsi dalla scuola per qualche ora per rivedere nei piccoli mendicanti che affollano le strade di Fortaleza i bambini di Pacotì. Il Brasile è un Paese pieno di contraddizioni: il lusso più aggressivo convive senza troppi problemi con la povertà assoluta. Le spiagge dorate delle copertine dei tour operator sono costantemente controllate da militari armati fino ai denti. Si percepisce una diffidenza comune tra i volti e può capitare che, di fronte ad un ristorante extralusso, vivano alcune persone tra fogne e baracche. Può capitare che la strada di una favela termini in un angolo dorato della città, dove vita e morte si rincorrono in una danza molto pericolosa.

INFANZIA SOSPESA
Osservavo le cicatrici, il taglio di capelli, i caratteri, il tono della loro voce, il modo di giocare e di correre, convincendomi che l’educazione scolastica e le regole potessero davvero rappresentare un mezzo convincente di emancipazione. E di salvezza. A Pacotì i bambini tornavano bambini: vicino al laghetto, all’interno delle loro casette, nella quadra (lo spazio di gioco più grande dopo il campo da calcio, ndr) o nel refettorio, l’infanzia riappariva sui loro volti. Per cinque giorni a settimana, dal lunedì al venerdì, questi piccoli raccoglievano la forza di giocare, di ridere, di costruire aquiloni, di imparare, lasciandosi alle spalle le occhiaie della madre che li guarda ma non li vede e che cerca ossessivamente una dose di crack, dimenticando un patrigno violento che picchia i fratellini, oppure i rumori dei colpi di pistola.

PICCOLI MIRACOLI QUOTIDIANI
Le storie che mi erano state raccontate affollavano la mia testa, creando tra i miei pensieri un rumore assordante: come potevo immaginare una bambina già tossicodipendente? O una madre che si prostituiva e riconosceva il figlio a fasi alterne? O come potevo anche soltanto pensare a un uomo che uccide la madre dei propri figli a bastonate? O che un uomo qualunque potesse bruciare viva una ragazza nel bel mezzo di un’affollata favela? O che bambini così piccoli avessero già conosciuto da vicinissimo il mondo del narcotraffico, della violenza della polizia e della morte? Osservavo questi piccoli uomini e queste piccole donne, con le madri poco più grandi di loro (la gran parte delle madri li ha partoriti all’età di 11 anni, ndr) e mi chiedevo continuamente come riuscissero a rimuovere quelle immagini terribili dalle proprie menti.

O REI DO FUTEBOL
Anche se sembra impossibile, in Brasile la morte fa parte della vita. Mi chiedevo come fosse possibile che alla domanda «Oi, tudo bem?», rispondessero con uno sfacciato e sorridente «Tudo!». Mi chiedevo come potessero difendersi dai brutti ricordi. Mi sono chiesta tante cose, mi sono posta troppe domande, probabilmente molto più complicate rispetto alla realtà. Molte di queste, per ora, sono rimaste irrisolte e una parte di me è rimasta a Pacotì a osservare questi bambini fare i bambini. Ad ascoltare le loro risate. A osservare i loro piedi nudi ballare a un ritmo incessante. A non vederli mai fermi immobili, mai. A guardarli rincorrere un pallone talmente sgonfio da sembrare un disco. A guardarli correre verso la traversa come fosse la finale dei mondiali al Maracanà. E a sentirli rispondere alla mia domanda su chi fosse per loro Pelé: «O rei do futebol!».

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