13 Luglio Lug 2015 1727 13 luglio 2015

Shujaa il liberatore

Il suo soprannome significa 'padre del valoroso', ed è l'uomo che ha dato vita a un network con una sola missione. Penetrare nei territori dell'ISIS e liberare le donne prigioniere.

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abushujaa

Le donne Yazide catturate e schiavizzate dall'Isis sono vittime di sofferenze indicibili, spesso a opera di altre donne. La loro prigionia dura mesi e mesi, e quasi sempre si conclude con la morte. La consapevolezza di questa situazione, per Abu Shujaa, mercante di una città irachena al confine con la Siria, era diventata insostenibile. Tanto da spingerlo a dar vita a un network di salvataggio. Che ha già liberato 200 donne.

UN PASSATO MISTERIOSO
Abu Shujaa è un soprannome. Significa 'padre del valoroso', e se l'è guadagnato a soli 18 anni quando sfidava il regime di Saddam Hussein compiendo viaggi illegali in Siria. Ora è il capo di una rete di soccorritori che si infiltra nei territori governati dall'ISIS e con delle vere e proprie operazioni di stampo militare fa irruzione nelle case in cui vengono tenute prigioniere le donne yazide. Intervistato dal Guardian, ha spiegato di aver costruito la sua rete grazie al suo precedente lavoro di venditore. Venditore di cosa, preferisce non rivelarlo.

SOLI CONTRO TUTTI
I gruppi di incursori che liberano le donne yazide sono piccoli, come vuole la tattica della guerriglia, sette persone al massimo. Agiscono nelle aree controllate dall'ISIS, nascondendosi in rifugi sicuri. Due di loro sono stati catturati, e le loro teste sono state esposte nella città di Raqqa, nel bel mezzo di una rotonda stradale. I combattenti di Abu Shujaa sanno di essere soli. Non c'è nessuno a proteggerli. Da una parte ci sono loro, dall'altra l'ISIS. I membri dello Stato Islamico hanno già indirizzato dei messaggi minacciosi ad Abu Shujaa, augurandogli di bruciare all'inferno.

LA STORIA DI SAMIRA
Samira è una delle donne liberate. Rapita quando era incinta, ha partorito durante la prigionia. Era stata venduta a un jihadista saudita, che aveva chiesto un riscatto alla sua famiglia per liberarla. Ma, ricevuto il primo acconto, non aveva onorato il patto, tenendosi i soldi e Samira. Il cui padre, a quel punto, si era rivolto al gruppo di Shujaa. Quest'ultimo, fingendosi un famigliare di Samira, ha potuto parlarle al telefono e concordare un piano di fuga. Semplice, senza spargimenti di sangue. Il salvataggio è avvenuto quando il jihadista si era allontanato da casa, e Samira è stata subito portata al sicuro nei territori dell'est liberi dalla minaccia dell'ISIS. «Ho sempre pensato che non avrei mai rivisto la mia famiglia», racconta Samira al Guardian. «Ma Abu Shujaa e i suoi uomini mi hanno riportata indietro. Ho incontrato Abu Shujaa vicino al confine iracheno. Non riesco a spiegare quanto sia importante ciò che stanno facendo».

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