2 Luglio Lug 2015 1104 02 luglio 2015

Nella mente di un'infibulatrice

130 milioni di donne hanno subito mutilazioni genitali femminili. Un'anziana kenyota getta luce su questa barbara pratica e sulla mentalità che vi si cela.

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Non esiste nessuna giustificazione valida. Né medica, né tantomeno culturale. Ma la mutilazione genitale femminile continua a essere praticata. In Africa, soprattutto, ma anche in Europa, dove si stima che vivano ben 700mila vittime. In tutto il mondo, le donne che hanno subito il barbaro trattamento sono circa 130 milioni. Che tipo di cultura si nasconde dietro questa pratica? Il Daily Mail ha tentato di scoprirlo intervistando un'anziana donna kenyota. Che da decenni mutila le ragazze del villaggio in cui vive.

LE PAROLE DI UNA MUTILATRICE
Si chiama Anna-Moora Ndege. Nel corso dell'intervista mostra la lametta usa e getta che usa per infibulare. Per lei la mutilazione è un atto necessario affinché le donne non si comportino da «sgualdrine, come delle prostitute». «Le ragazze vengono mutilate per assicurarsi che rimangano fedeli, perché il loro organo sessuale non esiste più. Il sesso serve solo per avere bambini». Le fanno eco le parole di un'altra mutilatrice, Agnes Keruba: «Nel corpo c'è il sangue buono e il sangue cattivo. Dopo la mutilazione, una ragazza non ha più sangue cattivo».

TRA FESTA E INCUBO
Le vittime sono spesso delle ragazze nate e cresciute in Europa che vengono portate dai genitori nei loro Paesi di origine durante le vacanze estive. Un viaggio terrificante, ma che per Agnes è invece una celebrazione pari alla festività natalizia. «Unisce le persone. Si banchetta, si beve e si balla». La pressione delle comunità è un'altra delle cause che rende difficile sradicare questa pratica. Come racconta l'attivista kenyota antimutilazioni Ester Ogeto, spesso le famiglie sono preoccupate per la sorte delle figlie, che rischiano di diventare delle reiette se non vengono sottoposte all'infibulazione, considerata una condizione necessaria per rimanere incinta. Un rito di passaggio, insomma, che purtroppo è ben lontano dall'essere simbolico.

UNA SOCIETÀ CHE DISPREZZA LE DONNE
Alla condanna della libertà sessuale, i sostenitori delle mutilazioni genitali aggiungono un malinteso senso di patriottismo e orgoglio culturale. «Se rinunciamo ai nostri riti, diventeremo schiavi dell'Occidente». Ma sono le parole seguenti a gettare luce sulle vere ragioni, e soprattutto sulla mentalità, per cui le donne vengono mutilate. «Una donna con il clitoride non riesce a distinguere un uomo dall'altro. Non riescono a controllare le loro emozioni e puzzano come cani». Ma la mutilazione genitale femminile è legata anche a motivi economici. Le ragazze non mutilate, infatti, non ricevono una dote.

LA BATTAGLIA DI WARIS DIRIE
Sono moltissime le donne francesi e inglesi che hanno deciso di impegnarsi attivamente contro questa pratica. Raccontano le loro esperienze fatte di atroce dolore fisico e delle pesanti cicatrici psicologiche con cui devono convivere. Nelle comunità in cui sono cresciute vige una sorta di codice del silenzio che pochi hanno il coraggio di infrangere. Tra questi c'è anche la scrittrice, modella e ambasciatrice dell'ONU Waris Dirie. Oggi ha 49 anni. Anche la sua infanzia è stata segnata dalla pratica dell'infibulazione, che non solo annienta la psiche delle vittime ma causa spesso dei gravi problemi di salute. L'obiettivo di Waris è salvare il maggior numero di bambine dall'infibulazione. Ma affinché questa pratica cessi una volta per sempre, c'è bisogno del serio impegno di tutti.

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