BODY&MIND 11 Aprile Apr 2013 1038 11 aprile 2013

La ricerca della felicità è un'abitudine

Perché le azioni ripetute ci fanno stare bene. E i casi in cui, invece, la routine non appaga.

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Felicità

Secondo una recente indagine le donne sono più propense a prendersi cura di sé, rispetto agli intervistati uomini.

Getty Images/iStockphoto

Le italiane sono abitudinarie e felici. A dirlo un’indagine condotta da Astra Ricerche per conto dell’Osservatorio Yakult, che ha chiesto a un campione di ambosessi tra i 18 e i 64 anni quali fossero le azioni quotidiane irrinunciabili per la propria serenità. Le più affezionate sono proprio le donne e su quello che le fa stare bene non hanno dubbi.
RITI AL FEMMINILE
Più propense a prendersi cura di sé, rispetto agli intervistati uomini, amano ritagliarsi piccoli spazi da dedicare al proprio benessere. Curare l’aspetto fisico, mangiare i propri cibi preferiti e guardare un buon film sono i rituali preferiti dalla maggior parte delle ragazze interpellate. Le donne poi sono più informate rispetto agli uomini (l’80% lo fa via Internet), non rinunciano al caffè (il 74%) e leggono libri (pausa perfetta per il 68% delle intervistate). Seguono spesa e shopping con il 61%, e le chiacchiere con le amiche, al 59%. Piccoli riti, dunque, gesti ripetuti, che creano un rassicurante tran tran, e restituiscono l’immagine di un Paese alla ricerca di sicurezze.
UN BISOGNO FISIOLOGICO
L’abitudine è anche una necessità fisiologica. A sostenerlo il giornalista del New York Times Charles Duhigg, autore del bestseller La dittatura delle abitudini (Corbaccio). Secondo Duhigg il valore felicitante delle abitudini deriva dalla tendenza, propria del cervello, di rispondere agli stimoli esterni secondo meccanismi che si ripetono.
Le abitudini fanno, dunque, parte di noi, e ci qualificano di fronte agli altri. Alcune si ripetono inconsapevolmente. Azioni come alzarsi al mattino e fare sempre la stessa strada per andare a lavoro costituiscono la nostra routine, sono figlie di regole e comportamenti. Altre ci condizionano e possono essere causa di malesseri e insoddisfazioni.
NON SEMPRE CI RENDONO FELICI
In questo caso, però, non sempre si riesce a cambiare. Letteradonna.it ne ha parlato con Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale a Roma. «La difficoltà nei confronti del cambiamento è molto diffusa perché tutto ciò che è nuovo, in genere, spaventa, soprattutto quando intorno si avverte precarietà. Ecco che si preferisce restare in una zona di comfort, dove ci si sente protetti», chiarisce l’esperta.
BENESSERE SOLO APPARENTE
Si tratta, però, di un benessere solo apparente. Spesso si resta bloccati all’interno di un circuito che da una parte rassicura, perché ha confini ben definiti, che conosciamo bene, ma in realtà logora, perché non permette davvero di essere felicia.
UNA SOCIETÀ OMOLOGATA
Questa insicurezza spesso influenza negativamente anche altri aspetti della vita. Sono sempre più numerose, ad esempio, le persone che fanno un lavoro insoddisfacente, così come quelle che portano avanti relazioni ormai spente per il senso di protezione che sembrano infondere. «Le ragioni in questi casi possono essere molto profonde. A volte, ad esempio, gioca un ruolo importante anche la spinta all’omologazione che arriva dal contesto sociale in cui si vive,  spesso povero di stimoli», aggiunge Francesca Saccà.
IL GIUSTO EQUILIBRIO
La tendenza all’abitudine è figlia, dunque, anche della società in cui viviamo. Di fronte a un mondo sempre più dinamico, che fagocita rapidamente tutto quello che incontra, spesso ci si sente insicuri. L’abitudine frena questa voragine e aiuta a dare l’illusione di poter tenere sotto controllo la propria vita. Per la specialista «il segreto sta nel trovare il proprio ritmo. Un equilibro sano, per sottrarsi alle pressioni che ci circondano e che possono rendere frustrante vivere in un contesto così dinamico e in continuo mutamento come quello attuale».

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