PREVENZIONE 29 Gennaio Gen 2013 1332 29 gennaio 2013

Quando il lavoro fa male (davvero)

Alcuni mestieri aumentano del 42% il rischio di avere il tumore al seno. A confermarlo diversi studi.

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L'ambiente di lavoro può essere un fattore di rischio per il cancro al seno.

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Tumore e ambiente di lavoro. È a partire da questo binomio che un gruppo di ricercatori canadesi, statunitensi e inglesi hanno messo a punto uno studio secondo cui le donne che lavorano nelle industrie manifatturiere, nei bar o nei casinò corrono un rischio più alto di ammalarsi di cancro al seno. E in alcuni casi almeno del doppio, a causa di una maggiore esposizione a sostanze chimiche cancerogene, al fumo e a scompensi ormonali dovuti a orari di lavoro stressanti.
LO STUDIO SU PIÙ DI 1000 DONNE
Gli studiosi hanno constatato che in un decennio, le donne che lavorano in ambienti ‘contaminati’ da sostanze chimiche hanno il 42% di possibilità in più di contrarre il tumore al seno. I risultati provengono da uno studio condotto su 1.000 donne affette da cancro alla mammella la cui storia lavorativa è stata confrontata con quella di altre 1.147 dell’Ontario del Sud (una zona del Canada in cui è molto presente l’industria manifatturiera), selezionate in maniera casuale e che non hanno contratto la malattia.
L'ESPOSIZIONE A SOSTANZE CHIMICHE
I ricercatori, guidati dall’epidemiologo ambientale e occupazionale James Brophy, hanno raccolto i dati sulle storie professionali e riproduttive di queste donne e hanno classificato i luoghi di lavoro in base al «probabile livello di esposizione cumulativa» a determinate sostanze, già note per essere cancerogene o distruttori endocrini, come il bisfenolo A, gli ftalati e i ritardanti di fiamma. È emerso che i luoghi di lavoro da ‘bollino rosso’ sono le industrie agricole, automobilistiche e metallurgiche, il settore degli imballaggi alimentari, i bar e le sale da gioco. I risultati evidenziano che l’incidenza del carcinoma mammario nelle donne in premenopausa è più alto in chi si è occupato per almeno 10 anni di inscatolamento dei cibi o in chi ha lavorato con le sostanze plastiche utilizzate nell’industria automobilistica. Mentre si è riscontrata una più bassa associazione tra il tumore al seno e il lavoro nel settore agricolo (36%) e in quello della metallurgia (73%).
IL RUOLO DI ALCOL E FUMO PASSIVO
Secondo il Dott. Stefano Bonassi, epidemiologo clinico e molecolare dell’IRCCS San Raffaele Pisana di Roma, «l’eziologia del tumore della mammella è complessa, dovuta a una combinazione di fattori che includono la genetica, lo stato ormonale, lo stile di vita e sicuramente anche l’esposizione  a cancerogeni ambientali». E spiega a noi di LetteraDonna.it: «Su questo punto la letteratura è contrastante e questo studio non è risolutivo, ma è interessante che fra le categorie definite a rischio da Brophy e colleghi si includano le donne che lavorano in bar e locali. In questo caso – continua – la chimica non c’entra, ma il consumo di alcool, il fumo passivo negli anni passati e lo squilibrio ormonale dovuto ai turni potrebbe avere avuto un ruolo». Poi spiega il merito che potrà avere in futuro questa ricerca: «Questi risultati possono essere considerati generatori di ipotesi. Evidenziano, cioè, possibili rischi che dovranno, però, essere confermati da altri studi prima di poter essere utilizzati ad esempio per indirizzare interventi di prevenzione».
LAVORO E TUMORE, UN LEGAME CONTROVERSO
A oggi non è possibile sapere se i numeri di questa ricerca siano dovuti solo all’esposizione ambientale o anche ad altri fattori concomitanti, ma si può dire con certezza che quello guidato dal Prof. Brophy è uno dei pochi che ha avuto finora il coraggio di affrontare il controverso tema della correlazione tra ambiente di lavoro e tumore al seno nelle donne. Del resto studi approfonditi hanno dimostrato che l’incidenza della patologia è aumentata nella seconda metà del XX secolo, quando cioè molte donne sono entrate in massa nel mondo dell’industria. Insomma, bisognerà sicuramente aspettare che altri studi confermino e approfondiscano molti aspetti dell’analisi pubblicata su Environmental Health, ma un primo passo è stato sicuramente fatto.

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