L'INTERVISTA 24 Gennaio Gen 2013 1350 24 gennaio 2013

Il dolore, istruzioni per l'uso

Due le strade: accettazione o riscatto. Nel parla Clara Sánchez nel suo libro in uscita.

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Entra nella mia vita, l'ultimo romanzo di Clara Sánchez.

Capelli corti, orecchini di corallo, volto sorridente, un velo di trucco appena: Clara Sánchez, scrittrice spagnola che con Il profumo delle foglie di limone, uscito nel 2011, ha conquistato le lettrici di mezzo mondo (il romanzo è ancora in classifica), torna a parlare di donne. Entra nella mia vita (Garzanti, pp. 447, 18.60 euro, appena uscito in libreria) è un romanzo sulla perdita e sul superamento del dolore. LetteraDonna.it la incontra per voi in un albergo di Milano, mentre si trova in Italia per il tour promozionale del libro. E per prima cosa ci rivela «una cosa che non ho mai detto prima».
D: Cosa non ha mai rivelato prima?
R: «Nel libro Betty, una delle protagoniste, partorisce una bimba. I medici le dicono che è nata morta e non gliela fanno vedere. Per tutta la vita rimane convinta che sua figlia sia viva e che le sia stata rubata. Ebbene, quella di Betty è stata una paura che ho sentito profondamente sulla mia pelle».
D: I ginecologi confermano: il terrore di uno scambio o del furto in culla del neonato è un’ansia che accomuna molte madri.
R: «La maternità è un cambio vita, le donne in quel momento sono vulnerabili, indifese, si sentono perse dopo il parto. Poi, nel mio caso, ero suggestionata dalle cronache».
D: Ovvero?
R: «Negli anni Ottanta in Spagna fu scoperto un traffico di neonati. Soldi, potere: c’erano di mezzo medici, infermiere persino religiose corrotte».
D: Betty cerca per tutta la vita di ritrovare la figlia perduta, ma non rivela nulla al marito né ai suoi figli arrivati dopo, Veronica e Angel. Il silenzio e le bugie che ruolo hanno nella vita delle persone?
R: «Betty è il simbolo di ogni donna capace di seguire il suo istinto. Lei sa, anche se farà fatica a trovare prove certe, che sua figlia è viva. Però compie la battaglia in solitudine, mentendo agli altri familiari. Veronica, la figlia, rappresenta una nuova generazione di donne».
D: In che cosa è differente?
R: «La prima ha una forza tutta interiore, la seconda propaga tutta la sua energia all’esterno: è il simbolo di una donna che ha sete di giustizia e che decide di dissetarsi con le sue mani, senza chiedere il permesso a nessuno».
D: Veronica arriverà a scoprire la verità.
R: «Anche a costo di fare del male agli altri. Credo che le donne, oggi, siano obbligate a non doversi accontentare, a non dover chiedere permesso, a sgomitare per non essere schiacciate o sopraffatte. Dagli uomini, dai doveri, dalle tradizioni, dal conformismo».
D: Le donne stanno imparando a volersi bene?
R: «Non so se è così: il libro è pieno di personaggi femminili molto negativi, come la falsa amica di famiglia. Direi piuttosto che le donne non sono più disposte a essere tradite e ingannate. Non sono più disposte ad essere secondare, a essere spettatrici. Sì, forse stiamo imparando a conoscere il nostro valore».
D: Esiste una via femminile di superamento del dolore?
R: «La storia e la cronaca dimostrano che esistono due vie: la rassegnata accettazione e la voglia di riscatto. La prima è la via più affollata, è quella più facile, quella che ci hanno tramandato da generazione. Ci sono molte più Betty che Veroniche in giro».
D: Descrive spesso donne sole o isolate: non crede nell’amicizia al femminile?
R: «Amicizia è una parola sacra, va maneggiata con cura. Penso che tutti i rapporti di amicizia siano retti dall’interesse. In alcuni casi materiale in altri casi spirituale, ma pur sempre interesse. Un sano egoismo che ci spinge a contornarci di gente che ci fa stare bene. È cinico? Forse, ma è la vita».

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