STUDIO DANESE 18 Dicembre Dic 2012 1144 18 dicembre 2012

Rischi per il feto con poca vitamina C

Con una carenza, il futuro bambino potrebbe incorrere in danni cerebrali. Scettica la comunità scientifica.

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Kiwi e agrumi sono ricchi di vitamina C. (Getty)

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Se siete in dolce attesa e assumete poca vitamina C potreste mettere a repentaglio la salute del vostro bambino, soprattutto a livello cerebrale. A sostenerlo è uno studio dell’Università di Copenaghen, secondo cui non servirebbe neppure un’integrazione post-parto della sostanza per evitare l’insorgere di problemi. Ma gli esperti sono estremamente dubbiosi sulla ricerca pubblicata sulla rivista Plos One, in primis perché è stata condotta su animali e non sugli esseri umani.
LO STUDIO SUI PORCELLINI D’INDIA
Gli studiosi hanno analizzato alcuni porcellini d’India, che hanno in comune con l’uomo il fatto di non saper sintetizzare in maniera autonoma la vitamina C, e che quindi per soddisfarne il fabbisogno devono ricorrere ad un’alimentazione che ne sia ricca. Dall’esperimento è emerso che un deficit anche marginale della sostanza durante lo sviluppo del feto, agisce negativamente sull’ippocampo, l’area cerebrale che presiede al controllo della memoria, determinandone una riduzione della crescita del 10-15%. I ricercatori hanno tentato, quindi, di compensare le carenze di vitamina C riscontrate durante la gravidanza dopo che i cuccioli erano nati. Ma nei primi quattro mesi di vita i piccoli non hanno mostrato alcun miglioramento.
UNA CARENZA A CUI NON SI PUÒ RIMEDIARE
Un risultato che per l’equipe del professor Jens Lykkesfeldt, a capo della ricerca, sarebbe sufficiente a dimostrare che la vitamina C assicura un corretto sviluppo e una perfetta formazione dell’ippocampo durante la gestazione e che, in secondo luogo, non è possibile rimediare dopo la nascita ad eventuali danni causati da un deficit della sostanza: «Normalmente c’è un trasporto selettivo dalla mamma al feto delle sostanze di cui questo ha bisogno in gravidanza, ma in questo caso sembra non essere sufficiente», spiega il dott. Lykkesfeldt, «È importante considerare il problema soprattutto per chi ha un basso reddito, e che quindi spesso ha una dieta povera di vitamine ed è più incline a fumare, attività che abbassa ulteriormente i livelli di vitamina C nel sangue».
I DUBBI DELL’APPLICABILITÀ SULL’UOMO
Ma Luca Valsecchi, responsabile dell’unità funzionale di Ostetricia del San Raffaele di Milano, esprime tutte le sue perplessità sulla ricerca dell’Università di Copenaghen: «Lo studio è stato condotto su animali da esperimento, occorre cautela nell’applicare all’uomo le conclusioni ottenute». Ed entra nel vivo del dibattito sull’integrazione della vitamina: «La supplementazione di vitamina C in gravidanza fa parte dell’ampio e controverso capitolo della supplementazione di micronutrienti e vitamine durante la gestazione. Personalmente ritengo che un’alimentazione sana e completa non necessiti di integrazioni né in gravidanza né fuori. Un’attenta indagine delle abitudini alimentari può tuttavia permettere al medico di riconoscere eventuali squilibri». Anche se, a sua detta, «è molto difficile accertare il deficit di questa o quella vitamina in una data popolazione».
UNA VITAMINA PREZIOSA MA SOTTOVALUTATA
Lo studio guidato dal professor Lykkesfeldt, insomma, non sembra convincere la comunità scientifica. I punti interrogativi, infatti, sull’applicabilità dello studio e sulla supplementazione della vitamina C restano molti. Un punto di merito della ricerca, però, potrebbe essere quello di sensibilizzare le donne in dolce attesa a fare più attenzione alla loro dieta e a non rinunciare alle proprietà benefiche di questo elemento, tanto prezioso quanto sottovalutato: basti pensare che il 10-20% della popolazione ne è carente a causa di uno scarso consumo di frutta e verdura. Quindi, care future mamme, meglio mangiare qualche arancia in più.

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