ADOLESCENTI 23 Novembre Nov 2012 1629 23 novembre 2012

Bisogna educare i figli alla morte

Un vademecum per i genitori di Pietropolli Charmet, psichiatra. Dopo il caso di Davide, suicida per cyberbullismo.

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GustavoPietropolliCharmet

Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet.

Martedì sera un ragazzo di Roma di soli 15 anni è tornato da scuola, si è chiuso in una stanza, ha preso una sciarpa e si è impiccato. Nessun biglietto, nessuna spiegazione. Smalto alle unghie, vestiti eccentrici, gusti originali:  non passava inosservato, il ragazzo. Da questi particolari, e da una pagina Facebook creata a suo nome (ma storpiato) con foto e insulti omofobi, ha preso le mosse la procura di Roma per un’inchiesta che indaga su un probabile caso di cyberbullismo che avrebbe condotto il 15enne a togliersi la vita.
CYBERBULLISMO E OMOFOBIA
Con il passare delle ore stanno emergendo nuovi dettagli: la pagina del social network incriminato pare fosse stata fatta in collaborazione con il ragazzo stesso e amici intimi ne escludono l’omosessualità.  Il Gay Center e altre associazioni gay hanno comunque sollevato il tema dell’omofobia e anche l’Osservatorio dei minori ha ammonito circa la «necessità di educazione sessuale nelle scuole». Dettagli, davanti a una morte inspiegabile.
LA REAZIONE DELLA MADRE: «NON CAPIAMO».
«Non capiamo, non accettiamo», ha postato ieri la madre del ragazzo sul suo profilo. Siamo partiti dalle parole di questa madre per capire come un genitore possa prevenire fatti di questo genere. Ne parliamo con Gustavo Pietropolli Charmet, psicologo e psichiatra, grande conoscitore del mondo degli adolescenti, autore di molti libri tra cui editAdoleScienza e Giovani vs adulti, da poco in libreria.
DOMANDA. Davanti a notizie così ogni madre si chiede: "io avrei saputo evitarlo?" . Lei che cosa risponde?
RISPOSTA. No.
D. Vuole dirci che non esiste alcun segnale che possa far capire a una madre che il proprio figlio abbia intenzione di togliersi la vita?
R. Il suicidio negli adolescenti è sempre un progetto segretissimo, custodito gelosamente. Parlare di indizi non è esatto. Diciamo che bisogna prestare attenzione al contesto.
D. In che senso?
R. Come vive il ragazzo? È inserito a scuola? Ha amici che frequenta regolarmente? Passa molto tempo davanti al computer, solo? Ricordiamoci però che il suicida sorprende tutti: nella stragrande maggioranza dei casi non si tratta di episodi collegati a malattie mentali - queste sì ci fornirebbero utili indizi -  ma di azioni che si legano a situazioni di vita complesse.
D. Anche nella cosiddetta vita virtuale?
R. Non porrei proprio questa differenza tra virtuale e reale: per gli adolescenti la rete e la vita quotidiana hanno la stessa identica intensità. Così come le relazioni che vi s’instaurano e le emozioni espresse. Si può essere derisi sui social e questa denigrazione on line è avvertita dai ragazzi con la stessa intensità di una presa in giro fatta di persona.
D. Che cosa possono fare i genitori per prevenire il cyberbullismo?
R. L’eccesso di controllo e di vigilanza è controproducente, negli adolescenti. Bisogna parlare. Discutere dell’enorme occasione formativa che può essere Internet e anche del suo potenziale positivo per le amicizie ma mettere in guardia sugli abusi e sulle dipendenze.
D. I genitori italiani sono preparati a farlo?
R. Direi di no, ma non importa. Anche quando è arrivata la tv gli adulti hanno fatto fatica a capire il nuovo mezzo, poi ci sono arrivati. L’importante è mantenere sempre un dialogo aperto e onesto in famiglia.
D. Sulle pagine Facebook giovani e giovanissimi spesso lanciano provocazioni.
R. Sappiamo da studi recenti che il 20 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 17 anni ha fantasie suicide. Attenzione: sto dicendo fantasie, non voglia di mettere in pratica. Sul web tutto ciò può essere messo in mostra. Ecco, gli adulti dovrebbero cominciare a educare i loro figli alla morte. Parlare del suicidio anche in famiglia non istiga i giovani a commettere atti sconsiderati, anzi li educa e li fa riflettere su una fantasia che perturba la loro mente. È il silenzio attorno alla morte la cosa più pericolosa.
D. Da martedì la pagina Facebook del 15enne romano suicida è piena di commenti. I ragazzi amano esprimere la loro rabbia attraverso i social: perché?
R. Per loro il web è una esperienza concreta tanto quanto la vita reale:  è normale "vivere" o "far vivere" in rete le emozioni che si provano. I ragazzi hanno conferito a Internet un carattere di verità e noi adulti dobbiamo prestarvi grande attenzione.

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