I SOCI 12 Gennaio Gen 2012 1315 12 gennaio 2012

La coppia più bella e (di design) del mondo

di Fiona Diwan su Corriere.it

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Nipa Doshi e Jonathan Levien

di Fiona Diwan su Corriere.it

I designer Nipa Doshi e Jonathan Levien

Una valigetta da medico-condotto in plastica trasparente. Una maxi-padella dalla texture esuberante e colorata. Uno stetoscopio mutante per ascoltare il sussurro dell'anima più che il battito cardiaco. Oggetti in grado di esprimere un senso di meraviglia, pieni di candore e intelligenza, capaci di catturare l'immaginazione grazie a una giocosità teatrale il cui esito, almeno nel design, di rado è stato così felice e non scontato. Prototipi smaliziati e al tempo stesso ingenui, già entrati nel mito; pezzi-capolavoro come la sedia-star dell'ultimo Salone del Mobile, Impossible Wood (Moroso), che racconta la storia di una bio-plastica iniettabile con le qualità tattili del legno, ivi compreso l'odore. Difatti, a scovare il duo, è stata, a Londra, nel 2007, proprio Patrizia Moroso, con l'intuizione della talent scout folgorata dal loro modo originale di produrre slittamenti culturali.

Soci sul lavoro e sposati nella vita, un figlio piccolo -Rahul-, Doshi Levien sono oggi una delle coppie più inseguite dal design internazionale. Una creatività felicemente sotto stress la loro: dopo la poltrona-capsula Capo, Giulio Cappellini li sta coinvolgendo in nuovi progetti, mentre altri pezzi sono attesi per gli spagnoli BD di Barcellona, Nani Marquina e Camper (con 4 modelli di scarpe). A Colonia, a gennaio, per l'Interior Design Show, saranno i guest-designers dell'edizione 2012 con l'installazione Das Haus-Interiors on Stage: un rivoluzionario layout abitativo.Nata a Mumbai nel 1971 da una famiglia originaria del Gujarat, diplomata al National Institute of Design di Ahmedabad e sbarcata a Londra per terminare la propria formazione al Royal College of Art, Nipa Doshi incontra Jonathan Levien nel 1994.Jonathan lo scozzese, nato a Elgin nel 1972 in un'agiata famiglia di fabbricanti di giocattoli, abbandona la formazione da ebanista e fa rotta verso l'industrial design. Dal canto suo, Nipa mette a frutto l'esilio londinese per interrogarsi sull'identità indiana, cercando di andare oltre i cliché etnici e il concetto di kitsch, in cui inciampa fastidiosamente ogni qualvolta si parla di estetica indiana.
«Sono cresciuta in un paese dove il design aveva a che fare con la sensualità, la ritualità e il senso celebrativo della vita. È stato l'incontro con alcuni maestri artigiani a trasmettermi l'attenzione al dettaglio. Mio nonno era un collezionista: commissionava quadri, mobili, ritratti. Vestiva impeccabilmente e portava scarpe fatte a mano. Per questo, forse, la mia idea del design ha a che fare con i gesti semplici della vita: cucinare, adornare gli altarini degli dei, rifare il letto, fino al mescolare fogge e modelli dei vestiti. Ogni gesto, ogni cosa che ci circonda è importante», spiega Doshi mentre ricorda come a spingerla a tenere duro, a Londra, fu proprio un altro designer, Jasper Morrison, invitandola a confrontare la propria tradizione, la passione per la miniatura indiana con il design occidentale. Lo stesso fece Tom Dixon. Per lui Doshi Levien incarnano «il meglio dei loro due mondi, al tempo stesso opposti e complementari». Dopo il diploma al Royal College of Art nel 1997, nel 2000 si sposano e decidono di lavorare insieme. La maturazione procede parallelamente al sodalizio. Oggi, gli oggetti che affollano lo studio in Columbia Road, un ex-deposito a Shoreditch, nell'East End, sono frutto di un approccio al design pieno di idiosincrasie e di gusto per il surreale.
«Sin da piccolo, ho sempre voluto essere un inventore», dice Jonathan, Archimede Pitagorico che strizza l'occhio all'estro giocoso di Ganesh. Del resto è proprio nei tre anni di apprendistato nello studio di Ross Lovegrove che Levien matura una poetica fatta di antitesi tra automazione e sapienza artigianale. È lui a costruire manualmente i prototipi scaturiti dalla creatività di Nipa e propria. È il caso di Charpoy per Moroso, un daybed tipico della tradizione indiana che incrocia la sapienza tessile con il disegno industriale italiano. Nel corso dell'intervista lo sguardo di Nipa corre ad agganciare quello del socio-marito ed è incredibile toccare con mano la complementarietà quasi fisica tra i due, l'incastro perfetto dei punti di vista, delle idee, delle parole, come se fossero l'esatta metà di un intero. La serietà con cui Nipa e Jonathan si passano rispettosamente -e senza mai prevaricarsi- la palla delle risposte, il modo che hanno di raccontarsi, somiglia a un ballo figurato in cui ogni danzatore esegue bene il movimento solo se l'altro lo asseconda e non lo fa inciampare.
«Insieme siamo in grado di creare cose che ciascuno di noi, se le facesse da solo, risulterebbero monche e incompiute. La verità è che siamo davvero complementari. È la nostra forza», dice Doshi mentre Levien annuisce serio, guardandola. Certamente il loro è un approccio plurale. L'eroe scozzese Rob Roy che incontra la dea Parvati, un piatto al curry servito con un bicchiere di whiskey, le Highlands che si sposano con i colori del Rajasthan. Tra loro, la divisione dei ruoli ricorda quella di un'altra coppia famosa del design, gli Eames. L'uno pensava alla struttura, alla fattibilità. L'altra esprimeva una sensibilità estetica per colori e dettagli. «I nostri oggetti nascono dalla fusione delle differenti culture. È accaduto con Tefal, nel 2001, con gli utensili da cucina ispirati al tajine marocchino e al karhai indiano.
«Eravamo curiosi di capire come un marchio internazionale fosse in grado di adattare i propri prodotti alla cultura locale». Non è un caso che il loro studio somigli a un luccicante cristallo che rifrange l'intero spettro dei colori: Oriente, Occidente, manualità e industrialità, lana e seta, colori esplosivi e usability estrema; campioni di una felice globalizzazione e di un modo di disegnare ibrido ma mai casuale. «Insieme funzioniamo perché lui mi dà la possibilità di esplorare, di seguire il mio estro. Ho, dalla mia, la certezza e il conforto della sua competenza in fatto di materiali, la sua capacità di far accadere le cose, di realizzarle. E poi adoro le sue fissazioni: come quella per gli oggetti in relazione con il corpo umano come lo stetoscopio». Jonathan aggiunge: «Ho trascorso gli ultimi anni di studio facendo del disegno lo scopo della mia vita. Ho affinato le mie capacità di osservazione. Tutto ciò mi ha insegnato come unire cuore e mente, intuito e razionalità. Un'esplorazione che conduco attraverso il dialogo tra disegno, azione e lavoro al computer».

Oggi cosa vi preoccupa di più?

[NIPA DOSHI]: «Combinare l'amore per ciò che è artigianale, unico e fatto a mano con la precisione e la durezza del manufatto industriale».
[JONATHAN LEVIEN]: «Non dissipare il cosiddetto capitale culturale di un Paese; non distruggere ma conservare il genius loci. È la grande risorsa per innovare il design, specie nei luogh¬i i cui valori e aspirazioni devono poter tradursi in un linguaggio contemporaneo. D'ora in poi non sarà più importante sapere dove gli oggetti vengono fatti ma per chi vengono realizzati».
Cosa ispira il vostro modo di fare design?
[ND]: «Le contraddizioni e le frizioni dell'India di oggi, l'incongruità tra i vari aspetti della sua realtà. Le stratificazioni di storia, modernità, artigianato e alta tecnologia, miti e magia, unite alla dura realtà della sopravvivenza».
[JL]: «La possibilità di realizzare un progetto. Visitare un luogo di produzione, una fabbrica, e capire cosa sono capaci di fare e ciò che io stesso potrei realizzare con loro».
Esiste un oggetto sinonimo di perfezione?
[ND]: «Sì, il sari, la veste tradizionale delle donne indiane. È pratico, sexy, popolare e democratico. Dalle contadine che lavorano nei campi alle ballerine di Bollywood, il sari abbraccia l'intera diversità e complessità della società indiana. Inoltre, sa mostrare tanto quanto sa nascondere. E, in tutto ciò, è un puro e semplice rettangolo di stoffa, nient'altro».
[JL]: «Qualcosa che sappia esprimere una sensualità funzionale, una praticità sexy. Ad esempio:l'installazione My World del 2005, un viaggio nella soggettività del designer, l'insieme dei suoi objets d'affections che diventano creazioni, miti, cose, il mondo in cui perdersi ma anche da proiettare all'esterno».
Quali sono le sfide di un designer?
[ND]: «Guardare alle economie emergenti di Brasile, India e Cina. Là dove va l'industria il design deve seguire. Senza somigliare troppo alla moda, specie nella spasmodica ricerca del nuovo a tutti i costi. Che senso ha?».[JL]: «Malgrado la gran parte dei bisogni quotidiani siano già soddisfatti, credo ci sia spazio per cose che sappiano fare la differenza. Inventare oggetti nuovi è difficile ma c'è ancora molto da fare per migliorare la qualità di vita e rendere le nostre case coinvolgenti e sensuali. Il senso del nostro lavoro sta nel combattere l'omogeneità high-tech trionfante. Come diceva il filosofo spagnolo Ortega Y Gasset: “I nostri tempi, sempre più intensamente tecnologici, sono diventati i più vuoti della storia dell'umanità”. Creare oggetti che enfatizzano le identità plurali, che sollecitano i sensi e contribuiscono alla piacevolezza dell'ambiente domestico, non può che aiutare a combattere questo vuoto».
Parliamo della casa per la Fiera di Colonia
 

[LEVIEN]: «Sarà un concentrato di memorie ed esperienze, sia immaginarie che reali. Un mix degli spazi sognati e dei luoghi che hanno colpito la nostra immaginazione. Con le aree della casa connesse a uno spazio centrale aperto. Il progetto è frutto di lunghe discussioni su come io e Nipa vogliamo vivere, al di là delle nozioni stereotipate su cosa sia una camera da letto, una cucina o un bagno. Da qui il bisogno di ridefinire gli spazi conosciuti finora, di creare qualcosa capace di sembrare totalmente naturale e nel contempo assolutamente inaspettato».
[ND]: «Inoltre è un progetto non certo concepito per essere avulso dal contesto urbano. Anzi. Lo immaginiamo non come una casa idilliaca, isolata nel mezzo di un giardino o della campagna, ma come parte integrante di un tessuto socio-economico cittadino in città come Tokyo, Shanghai o Mumbai. Anche l'idea di cucina è così: il concetto è quello di market-kitchen dove tutto avviene, gli scambi, gli incontri, l'ebollizione, il fare, il crogiolo della preparazione di ciò che avverrà. Una casa si evolve, cresce, non è mai finita una volta per tutte: cambia a seconda delle necessità, ama l'improvvisazione. Ecco: mi piace l'idea di un design che scaturisce dalla necessità del momento. Ci siamo inspirati alla casa marocchina con il patio dove tutti passano e si incrociano, vivono e stazionano, e che è il vero cuore della casa anche se è all'aperto. Una casa che èil riflesso del mondo interiore di chi ci vive».

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